“In Kosovo dietro la Serbia c’è Putin”: verità, fake news o framing?

I cittadini italiani che credono ancora di potersi informare sui Balcani leggendo la Repubblica o il Corriere della Sera, seguendo gli editoriali allarmati di Massimo Nava o la propaganda sotto forma di reportage o interviste di Fabio Tonacci, non se ne capacitano: ma come? Una settimana fa la Serbia era oramai pronta a scatenare una nuova guerra di aggressione al Kosovo su indicazioni esplicite di Putin e poi non se ne è fatto più niente e si è giunti a un accordo, addirittura con  Josep Borrell e il ministro della difesa italiano Guido Crosetto a manifestare apprezzamento per la disponibilità al dialogo dei serbi ?

Eppure, a livello mediatico, la guerra sembrava inevitabile: ad aprire le danze già ad agosto Tonacci, con un’intervista zerbinata al primo ministro kosovaro Albin Kurti dal titolo programmatico: “Kosovo, il premier Kurti: “Rischiamo la guerra. Dietro la Serbia c’è Putin”. A fargli da controcanto Nava del Corriere, che coglieva l’occasione del concerto di Mahmood a Pristina per titolare “Kosovo, brividi di musica e di guerra”. Dopo un primo accordo a fine agosto sull’adozione delle targhe automobilistiche kosovare, a novembre la tensione risale e dunque si riattiva lo stesso schema: il 7 novembre Massimo Nava pontifica in un editoriale sul Corsera Torna la tensione in Kosovo, “targata” Putin, al quale l’imperterrito Tonacci risponde il 12 novembre, appena una settimana prima dell’accordo, calando il carico di un articolo che non lasciava scampo agli sforzi diplomatici: “Sul confine del Kosovo l’ombra della Wagner: milizie del Cremlino nel cuore d’Europa”. Roba che, a prenderla sul serio, non ti lascerebbe che fare le valigie all’istante e chiedere asilo politico all’Islanda.

Ora, che gli interessi russi in Serbia siano forti, consolidati e capaci di condizionare le scelte del governo è un’ovvietà che non porterebbe neanche a un click in più, come non li porterebbe l’ovvietà che anche americani, tedeschi e inglesi condizionano la politica dei paesi già jugoslavi, inclusa la Serbia, almeno dagli anni Novanta. Ma di lì a considerare o a presentare la Serbia come un oblast russo o un paese satellite del Cremlino, tipo la Bielorussia o il Kazakhstan, ne passa una buona dose di malafede.

E allora bisogna chiedersi se il sensazionalismo sul tema dei quotidiani italiani sia solo una malattia neurodegerativa del boccheggiante giornalismo italico, oppure vi sia dietro uno schema politico ben chiaro cui si prestano i principali quotidiani italiani abdicando alla loro funzione di formare un’opinione pubblica aggiornata e riflessiva per inseguire pigrizie mentali, luoghi comuni, ansiogenità varie e propagande avariate e ricorrenti sui Balcani occidentali.

Donbass e Kosovo: un paragone inaccettabile

L’infondato parallelismo che Putin ha più volte proposto tra Kosovo e Donbass per giustificare l’attacco all’Ucraina viene spesso trasformato in una pericolosa analogia: come la Russia ha per mesi preparato le condizioni e gli argomenti per attaccare l’Ucraina, altrettanto la Serbia sta facendo al fine di attaccare il Kosovo. Ma il paragone non regge, non solamente da un punto di vista storico, giuridico e geopolitico, ma anche in termini strettamente bellici: non foss’altro perché, mentre dal 2014 al 23 febbraio 2022 il conflitto in Donbass aveva già provocato non meno di 30.000 vittime tra morti e feriti, dalla fine dei bombardamenti NATO del 1999 ad oggi, ovvero da 23 anni, non si registrano, al netto di ricorrenti proteste e regolamenti di conti, morti frutto di scontri armati tra militari. Per quanto il nord Kosovo non sia l’area d’Europa più attraente per pensionati in cerca di tranquillità, il relativo silenzio delle armi che regge dal 1999 è un indubbio successo delle missioni di peacekeeping a guida italiana. Ma Paolo Brera su Repubblica il 17 marzo 2022 consente ad Albin Kurti, senza contraddittorio, di presentare proprio questi paragoni: “Domanda: La Serbia come la Russia? “L’Urss si è trasformata in un polpo con la Federazione russa al centro e i suoi tentacoli: Donbass, Crimea, Transnistria, Ossezia del sud… La ex Jugoslavia è un polpetto con la Serbia al centro, l’entità serba in Bosnia, un’entità serba in Montenegro che non ne riconosce l’indipendenza e strutture illegali nel nord Kosovo”. Assecondato dall’intervistatore, Kurti si lancia a presagire scenari terrificanti: ”i Balcani occidentali sono una regione in cui può tentare di farlo. E [Putin] può usare armi chimiche come ha già fatto in Siria”. A questo punto, mentre tentavamo di reperire le necessarie maschere antigas, il primo agosto Irene Soave sul Corriere ci ha ricordato ancora una volta l’analogia, oramai diffusa, anche perché non più originata dalla propaganda putinista, ma da non meglio specificati “molti osservatori” per i quali “le tensioni delle ultime ore in Kosovo tra il governo e la popolazione serba del  Paese [maiuscolo nel testo] sembrano riecheggiare quelle del Donbass, prodromiche alla guerra in corso”. Nel seguito dell’articolo la giornalista della redazione esteri esperta di galateo (imprescindibile il suo libro “Galateo per ragazze da marito”, ma per gli uomini che vogliono evitare proprio quel tipo di ragazze) cita le problematiche in Bosnia, ricita i soliti anonimi osservatori che ritengono Milorad Dodik un destabilizzatore (e magari fosse solo quello) e finisce per riproporre il solito messaggi: i serbi, in ottimi rapporti con Putin, lo aiuteranno a destabilizzare l’intera Europa aprendo un secondo fronte: cose che neanche Lukashenko… Per un paese candidato ufficialmente all’aderire all’Unione europea, sarebbe una scelta suicida, ma questo dettaglio poco interessa ai nostri acuti giornalisti.

Ecco allora che a forza di voluti e ripetuti slittamenti di senso si è diffusa questa inconsistente analogia tra Donbass e Kosovo, che ha portato un giornalista dell’Agenzia Agi, con grande sprezzo del ridicolo, a chiedere in conferenza stampa al ministro Guido Crosetto in visita a Belgrado il 22 novembre scorso se le tensioni in Kosovo stavano per sfociare in una situazione simile al Donbass, similitudine nettamente respinta dal ministro.

Ma, più che gli indirizzi diplomatici di un governo, spesso conta quel che si sedimenta nell’opinione pubblica e ci ritroviamo a farci quesiti poco edificanti: o questi giornalisti poco o punto studiano i temi di cui scrivono, oppure hanno abbracciato una narrativa promossa da alcuni attori in campo. E che interesse avrebbe l’Italia a drammatizzare ed esacerbare le tensioni a pochi chilometri dai suoi confini? Perché i media italiani rappresentano la Serbia sempre come IL problema dei Balcani occidentali?

Oltre le Fake News, il Framing

Ci aiuta a rispondere a questa domanda il concetto di “framing”. Sappiamo bene, anche grazie agli studi di Tversky e Kahneman  e al celeberrimo testo di George Lakoff, che pensiamo per lo più in base a giudizi frettolosi e superficiali, associazioni mentali scontate, luoghi comuni e pregiudizi. Il framing, la cornice interpretativa, ci consente di inquadrare concetti, temi e notizie in base ad essa. Il framing non riguarda solo le parole: provate a chiedere un euro ai passanti perché avete smarrito il portafogli vestiti in giacca e cravatta oppure da mendicanti e vi accorgerete della differenza di framing.

Ebbene, quale è la cornice interpretativa usata dai media italiani per la Serbia? Se analizziamo gli articoli che negli ultimi mesi hanno pubblicato i principali quotidiani italiani in merito alle tensioni tra Serbia e Kosovo, ci accorgeremo che la parola guerra ricorre costantemente, anche se nei fatti non si è sparato neanche un colpo di pistola. Il framing è ben diverso dalle fake news, e molto più sottile. Al contrario delle fake news, le informazioni diffuse sono formalmente corrette ma inquadrate in uno schema interpretativo (aggettivi, avverbi, associazioni, foto, impaginazione) che ne torce l’interpretazione. Così la russofilia dell’opinione pubblica serba e la forte lobby interna filorussa (a partire dalla chiesa ortodossa serba) vengono estremizzati fino a presentare il paese come il barboncino di Putin, facendo, paradossalmente, un favore allo stesso Cremlino. Il giornalismo a tesi di Repubblica è ben esemplificato anche dall’articolo a firma di Gianluca Di Feo del 6 novembre, “Mosca infiamma lo scontro nel Kosovo”, il cui incipit da romanzo thriller delinea la linea interpretativa del quotidiano romano: “Questa volta il focolaio è ancora più vicino all’talia. Un fuoco su cui soffiano con ostinazione gli emissari del Cremlino, con lo stesso obiettivo dell’invasione dell’Ucraina: rimettere in discussione l’architettura di sicurezza in Europa disegnata negli ultimi trent’anni. Partendo da dove tutto è cominciato: i Balcani”.

Una mappa concettuale di cinque articoli che abbiamo citato si presenta così:

Le associazioni mentali proposte dagli articoli risaltano così in maniera evidente. Appare chiaro come le tensioni e le provocazioni reciproche tra Kosovo e Serbia vengano in automatico presentate come generate solo dalla parte serba, come prodromi di una nuova guerra, sovrapponibile a quella partita dal Donbass. Se si escludono alcune riviste digitali specializzate, quasi tutte le altre testate italiane finiscono per riproporre la cornice interpretativa avallata dai quotidiani pesci pilota del giornalismo italico.

Al centro le copertine di alcuni tabloid serbi, controllati dal governo, che accusano Putin di “aver pugnalato alle spalle la Serbia”, “di dimenticare i serbi e il Kosovo”, di inseguire solo “il suo nudo interesse” ai danni della posizione serba sul Kosovo pur di giustificare l’invasione dell’Ucraina.

Questo schema interpretativo dà tanta rilevanza alla Russia che finisce per eclissare (volutamente?) altri attori internazionali. Sarebbe altrettanto importante ricordare come Albin Kurti, il primo ministro kosovaro, sia stato “costruito” dai tedeschi anche per essere una spina nel fianco di Vucic, il quale si è progressivamente distanziato dai poteri germanici che ne avevano avallato la svolta europeista, consentendogli di giungere al potere. Raccontare che nei Balcani spadroneggino i russi e che gli altri paesi (USA e Germania in testa) facciano le mammolette è peggio che parziale: è ingenuo, o, peggio, in malafede.

E l’Italia?

Difficile per la Serbia ritenere l’Italia un paese amico che sostiene il suo ingresso in Unione Europea se i suoi media la presentano costantemente dentro questa cornice interpretativa di un paese destabilizzatore e prono ai voleri di Putin.

Per quanto in Italia, a differenza della Serbia, i quotidiani custodiscono una significativa autonomia dal governo, il framing con cui costantemente si racconta il paese appare ai serbi (specialmente a coloro abituati a pensare che i media debbano seguire pedissequamente le veline del governo) la prova dell’atteggiamento contraddittorio di Roma. Dietro la dura reazione dell’ambasciatore serbo a Roma Goran Aleksic all’intervista dell’8 agosto scorso di Albin Kurti a Repubblica, i serbi si domandano cosa vi sia dietro tale indirizzo editoriale. La vicinanza del direttore Maurizio Molinari con Washington? Il risultato delle (black) PR del governo del Kosovo? Oppure, semplicemente, la Serbia in Italia fa notizia, suscita l’interesse dei lettori, solo quando è rappresentata come una scaturigine di conflitti, tensioni e azioni bellicose? 

Approfondire l’analisi di questi fattori che contribuiscono, assieme ad altri, al framing negativo della Serbia in Italia e in altri paesi europei esula dagli obiettivi di questo articolo. Nel corso della sua visita belgradese il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha affermato che l’Italia vuole tornare ad essere protagonista nei Balcani anche con una presenza più incisiva in Serbia, anche organizzando prossimamente un Business Forum per rafforzare le relazioni economiche tra i due paesi. Ma se, come ci hanno insegnato Tversky e Kahnemann con la loro Prospect Theory, nelle decisioni economiche preferiamo sempre quello che ci appare certo piuttosto che correre dei rischi, quanti imprenditori potranno mai avvicinarsi a un paese costantemente rappresentato sull’orlo di ingaggiare un nuovo conflitto? Al di là dell’azione diplomatica, l’Italia dovrà anche riflettere su come raccontare i limiti e le ambiguità del paese balcanico, e come valorizzarne anche i tentativi di superare le contraddizioni e le scorie del recente passato.

This post is also available in: English

Share this post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

scroll to top