L’azzardo di Aleksandar Vucic: dal trionfo annunciato alla delusione imprevista

La politica, specchio anamorfico della vita e delle personalità, offre sorprese impreviste, che disvelano realtà che pochi potevano immaginare.

La notte del trionfo annunciato di Aleksandar Vucic, che aveva convocato le elezioni anticipate nonostante la sua coalizione di governo potesse contare su 210 seggi sui 250 del parlamento serbo, si è trasformata nella mattinata della delusione imprevista. La scommessa per ottenere un plebiscito capace di portare a una maggioranza parlamentare schiacciante e un governo sostanzialmente monocolore si è tramutata in un rebus politico che pone a rischio il percorso di riforme economiche, sociali e politiche richiesto dall’Unione europea.  Lo snellimento della pubblica amministrazione, la liquidazione di molte imprese di Stato, l’assorbimento della legislazione europea in molti campi, gli ulteriori accordi con il Kosovo fino al suo riconoscimento de facto saranno molto più difficili da raggiungere con appena 131 seggi su 250 in caso di governo monocolore e con circa 170 seggi in caso di rinnovata alleanza con i socialisti e le minoranze: 40 seggi in meno si faranno sentire in molti delicati passaggi parlamentari che Vucic è chiamato a percorrere.

Mentre tutti i quotidiani in edicola oggi esaltano la vittoria elettorale di Vucic, i dati definitivi della Commissione Elettorale Statale presentano un altro quadro: a parità di voti ma a seguito dell’incremento dell’affluenza e del superamento della soglia di sbarramento di altri sei partiti, il partito del progresso serbo (SNS) perde 27 seggi rispetto al 2014, passando da 158 a 131.

I socialisti, finora alleati di governo, perdono 14 seggi e passano da 44 a 30. I radicali tornano in Parlamento con un 8,5% di cui Seselj non si è dichiarato soddisfatto ma rappresenta il quadruplo dei voti del 2014 e offre a 21 esponenti dell’ultradestra un seggio in Parlamento. Il leader del partito democratico Bojan Pajtic ha definito il suo 6,09% come un successo in una situazione di accerchiamento ma il dato, che comporta 3 seggi in meno rispetto al 2014, sembra più che altro una conferma del declino del partito. Ritorna in Parlamento per poche decine di voti il partito democratico di Serbia (DSS), alleato con il movimento tradizionalista Dveri su una piattaforma clerico-conservatrice, filorussa e protezionista. Qualche migliaio di voti hanno anche consentito a Boris Tadic e Cedomir Jovanovic di non sparire definitivamente dalla scena politica serba, ma il risultato della coalizione LDP-SDS-LSV è risultato essere poco più della metà dei voti presi dagli stessi separamente nel 2014: segno di una credibilità oramai erosa in maniera irreversibile.

Le elezioni del 24 aprile fanno emergere un unico netto vincitore: Sasa Radulovic, economista, blogger, già ministro dell’economia tra 2012 e 2013 nel governo Dacic su proposta di Aleksandar Vucic, di cui poi è diventato uno dei più feroci critici, al grido “Dosta je bilo”, ovvero “E’ stato abbastanza”, diventato poi il nome del suo movimento.

Un movimento, quello di Radulovic, con scarse risorse economiche, privo di visibilità sui media tradizionali, senza personalità di rilievo in prima linea, che ha rischiato di non raccogliere le firme necessarie a presentarsi, eppure che ha raggiunto percentuali altissime tra i giovani ad alta istruzione delle principali città del paese, attestandosi con il 6,01% appena dietro lo storico partito democratico e raggiungendo percentuali vicine al 20% in alcune municipalità di Belgrado. Il movimento di Radulovic è stata l’unica proposta politica credibile capace di mobilitare un elettorato riflessivo filoeuropeo, deluso dai vari politici “democratici” e sempre più preoccupato per lo strapotere dei progressivi e la mancanza di trasparenza in molte scelte del governo e dell’amministrazione di Belgrado. Non è un caso che al primo posto del programma di Radulovic vi sia la richiesta di meccanismi di trasparenza in tutti gli organi pubblici e al decimo la cancellazione del contratto di Belgrado sull’acqua. Gli aspetti sociali di questo movimento sono evidenziati al punto 17, dove chiede una tutela sociale universale, ovvero un reddito di cittadinanza, per tutte le famiglie senza reddito.

Certo, non vi sono in Europa partiti come l’SNS che in elezioni libere arrivano a superare il 48% dei consensi, ma questo dato rischia di restare oscurato dalle contraddizioni di un partito di maggioranza relativa fortissimo ma non tanto forte come pretendeva di diventare. Qualche osservatore vedrà in questa frenata dell’SNS il dato positivo di un’affluenza in crescita e dell’emersione di nuove forze politiche basate su un voto esclusivamente di opinione, segno di un miglioramento oggettivo della partecipazione e della consapevolezza democratica di una parte del paese. Tuttavia, al di là della propaganda e delle frasi di circostanza dei vari partiti che ancora oggi si sussegueranno, la Serbia si ritroverà con un leader e un governo inaspettatamente più deboli, sia in funzione delle scelte riformatrici come anche nelle trattative internazionali.

Gli osservatori internazionali, che fino a ieri temevano per lo strapotere di Vucic, potrebbero iniziare a preoccuparsi per un paese frenato dal raggiungere certi obiettivi da un azzardo rivelatosi troppo ambizioso.

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