Cosa implica investire in Serbia nel 2020?

La fine di un modello di “sviluppo”

Per lungo tempo e ancora oggi, la Serbia è stata presentata agli investitori come un paese dal basso costo del lavoro. Questo approccio veniva giustificato adducendo la deindustrializzazione seguita al collasso dell’ex Jugoslavia, il conseguente alto tasso di disoccupazione e dunque la necessità di attrarre nuovi investitori internazionali. Non ultima, ma poco citata (almeno in patria), la cattiva immagine che il paese si era fatta (o gli era stata cucita addosso) nel corso delle guerre degli anni Novanta. Il salario minimo, il cosiddetto “minimalac”, pensato per essere applicato alle imprese statali in ristrutturazione o in liquidazione e ben al di sotto della soglia di povertà, finì così per diventare lo standard di riferimento per l’inquadramento salariale di base nelle fabbriche anche di nuova apertura.

I nuovi posti di lavoro venivano premiati con generosi incentivi statali, che trasformavano anche gli imprenditori con le migliori intenzioni in famelici prenditori di sovvenzioni, conditio sine qua non per ponderare un investimento nel paese balcanico.

Un modello siffatto finiva per attrarre per lo più delocalizzazioni brutali, contoterzisti o oppure un contoterzismo interno, ovvero lo spostamento di una o più fasi di produzione ad alta intensità di lavoro per poi rispedire alla casa madre il semilavorato. In sostanza lavorazioni a basso valore aggiunto, in settori maturi e a bassa intensità di capitale, che spesso al variare delle condizioni del mercato internazionale potevano essere fortemente ridotte o addirittura chiuse nell’arco di poche settimane.

Scopri quali sono stati i principali investimenti esteri in Serbia nel 2019: clicca qui!

Economia e salari in crescita, lavoratori in fuga

Questo modello di sviluppo di retroguardia, già oggetto di critiche quando sembrava senza alternative, è oramai clamorosamente smentito dalle nuove dinamiche sociali ed economiche che da circa 30 mesi caratterizzano il paese balcanico.

Il paese sta registrando una fase di stabilità macroeconomica che deriva da una crescita regolare del PIL ( 4,4% nel 2018, 4% nel 2019 e altrettanto la previsione nel 2020), una bassa inflazione (2%) con un bilancio statale in surplus dal 2017 di circa l’1% l’anno e investimenti diretti esteri per 3,1 miliardi di euro nei primi dieci mesi del 2019. Questi dati si riflettono anche nell miglioramento della valutazione da parte delle agenzie internazionali di rating. Da parte sua, la Banca di Serbia a dicembre ha ulteriormente abbassato il tasso di sconto al 2,25%, il più basso in assoluto da sempre.

Tra gennaio e novembre del 2019 i salari sono cresciuti del 10% in termini nominali e dell’ 8% in termini reali. Oggi un salario medio serbo netto è di 56.731 dinari (482 euro) che con tasse e contributi arriva a 77.879 (662 euro): solo tra ottobre e novembre si è regitrata una crescita dei salari del 2,9%. Siamo dunque ben lontani dal salario minimo, che dal primo gennaio 2020 è stato incrementato dell’11,1% portandolo a 30.022 dinari (258 euro). Anche la mediana, ovvero il valore del salario che fa da spartiacque tra la metà inferiore e quella superiore, arriva a 42,716 dinari, ovvero 365 euro. In questo quadro pretendere di trovare lavoratori disposti a lavorare per il minino diventa sempre più arduo anche nelle aree più arretrate e per le mansioni meno complesse.

Oggi sono circa 1400 i cantieri aperti nella sola Belgrado.

La disoccupazione si attestata al 9,5% nel terzo trimestre del 2019 mentre nel 2012 aveva raggiunto il record del 25,5%. Assistiamo a un nuovo miracolo economico? Ovviamente no, perché un tasso di crescita del 4% per un paio di anni non può causare un calo così significativo della disoccupazione. Certo, il boom delle costruzioni continua a richiedere nuovo personale e l’ultimo bollettino settoriale della Camera di Commercio di Serbia segnala come nel secondo trimestre del 2019 il settore ha aggiunto, rispetto all’anno precedente, altri 10.000 addetti, arrivando a un totale di 142.748 unità; ma è stata innanzitutto l’emigrazione, qualificata e non, proprio in questi ultimi di relativo successo economico, a svuotare il paese di braccia e competenze, assumendo le sembianze di un esodo di massa. Si stima che solo negli ultimi 3 anni almeno 50.000 serbi, soprattutto in Vojvodina, abbiano ottenuto un passaporto ungherese. A questo si aggiungono le domande di passaporto croato, bulgaro e rumeno che portano il numero di serbi che hanno ottenuto un lasciapassare per poter lavorare stabilmente in Unione europea a partire dal 2016 ad almano 100.000 unità.

Vi sono poi paesi che da anni attuano una metodica azione di scouting delle professionalità più qualificate soprattutto in determinati settori (medici e infermieri in primis), con l’Ambasciata di Germania che già da anni dispone di addetti appositamente arrivati da Berlino solo per gestire questi canali di attrazione della forza lavoro qualificata. Per le strade di Belgrado si trovano annunci di lavoro per Israele, mentre le imprese turistiche croate e slovene cercano in Serbia personale per rimpiazzare chi nei loro paesi ha scelto di emigrare in paesi più ricchi.

I serbi si sono improvvisamente scoperti non solo terra di emigrazione, ma anche di immigrazione, con macedoni e addirittura albanesi che sempre più arrivano nel paese per lavorare nelle costruzioni e non solo.

Un nuovo modello di internazionalizzazione

In un contesto che vive una trasformazione tanto rapida molte imprese che sono arrivate in Serbia rincorrendo un basso costo del lavoro che supponevano stabile nel tempo si trovano spiazzate e tendono a reagire a queste sfide risposte sbagliate: pretese di raggiungere livelli di produttività prossimi a quella della casa madre in pochi semestri; richiesta ai lavoratori di ore di straordinario aggiuntive partendo come base di calcolo dal salario minimo; lotta aggressiva all’assenteismo, che spesso non è che una risposta individuale dei lavoratori non sindacalizzati ai salari bassi a fronte dei carichi di lavoro ritenuti eccessivi.

Si tratta di scelte dal corto respiro, che rischiano di mettere in crisi gli equilibri interni alle imprese senza ottenere quei vantaggi in termini di produttività che si ripromettono. E tuttavia un’impresa che ha scelto la Serbia per contenere il costo del lavoro non può certo dall’oggi al domani iniziare ad assumere informatici o creativi. Ma è altrettanto vero che molte imprese manifatturiere che hanno puntato quasi esclusivamente sul costo del lavoro, ancor oggi tralasciano di puntare sull’efficientamento dei processi e sulla formazione dei lavoratori, sull’investimento in macchinari moderni, sull’efficienza energetica, sulla digitalizzazione, sulla commercializzazione delle produzioni serbe in nuovi mercati o sullo sviluppo di nuovi prodotti. Proprio il declino della manodopera abbondante e a basso costo pone la necessità di ripensare gli investimenti in Serbia in una logica più moderna, una internazionalizzazione 4.0 che sappia integrare i vantaggi che il paese ancora offre all’interno del paradigma dell’industria 4.0 lanciato dal governo tedesco nel 2011.

Così come per molte piccole e medie imprese la Serbia è stato un playground dove hanno fatto le prime esperienze da investitori esteri, affrontando per la prima volta e su una scala per loro sostenibile tutte le complessità del nuovo progetto, allo stesso modo oggi le controllate serbe possono essere un campo di sperimentazione per testare processi produttivi e organizzativi che fruiscono dei vantaggi della digitalizzazione, dell’efficienza energetica (per cui vi sono sempre più incentivi), di nuovi modelli di gestione e di accesso a mercati e clientela.

Trattore robotizzato per il monitoraggio digitale delle coltivazioni sviluppato dall’istituto Biosense di Novi Sad.

Quello che a un lettore non aggiornato può sembrare mera speculazione in realtà sta già avvenendo: le imprese che investono in servizi, digitalizzazione e sostenibilità ambientale sono quelle preferite e meglio sostenute dal governo serbo. Il campus da 90 milioni di dollari di NCR a Novi Beograd ne è un esempio, così come la fattoria digitale vicino Backa Palanka progettata dall’Istituto BioSense e finanziata dal governo serbo e dalla Delegazione UE, e ancora come nel rapporto con la Cina, quando nel corso del summit 17+1 dello scorso ottobre a Belgrado la prima ministra Brnabic ha affermato che la Serbia vede la Cina come un partner chiave nello sviluppo dell’innovazione.

Chi poi pensa che gli Emirati investano in Serbia solo nelle costruzioni, nell’agricoltura e negli armamenti non sa che si sta sviluppando una forte collaborazione anche nel campo dell’intelligenza artificiale e della robotica: una delegazione serba parteciperà a marzo alla conferenza AI Everything che si terrà a Dubai e si attende la firma di protocolli di intesa tra le Università serbe e l’Università Muhammed bin Zayed sull’Intelligenza Artificiale.

I serbi oggi, in special modo chi non sta pianificando la fuga all’estero, aspirano a un nuovo modello di sviluppo, sostenuto anche dal governo con programmi come Serbia Creates che promuove e valorizza professionalità creative e innovative, ad alta scolarizzazione e alti salari. Per il governo il numero di posti di lavoro creati non è più l’unico parametro di valutazione della qualità di un investimento e in alcune aree del paese (per esempio Sabac o l’asse Indjija-Novi e Stari Pazar) inizia a diventare complicato trovare manodopera. Le imprese che realizzano prodotti finiti e fanno crescere una rete di fornitori locali, quelle che portano produzioni di nicchia e di eccellenza, quelle che investono sul personale serbo, naturalmente quelle legate alle tecnologie più evolute sono le imprese che oggi vengono corteggiate e sostenute dalle istituzioni locali.

La Serbia sta cercando di puntare ai trend del futuro. Anche i potenziali investitori dovranno iniziare a capirlo.

Biagio Carrano

This post is also available in: English

Share this post

scroll to top
More in economia digitale, intelligenza artificiale, investimenti, investimenti esteri
Financial Times: “Sabac di nuovo tra le prime dieci destinazioni per gli investimenti”

Financial Times: la Serbia registra una crescita costante degli investimenti esteri e del PIL

Close