Sono passati tre giorni dallo scontro armato nel villaggio di Banjska, in Kosovo e Metochia, in cui sono stati uccisi quattro serbi e un poliziotto kosovaro, e non è ancora chiaro cosa sia realmente accaduto e chi abbia voluto questa guerra di un giorno.
Restano aperte numerose domande alle quali né il Presidente serbo Aleksandar Vučić, né il Primo Ministro del Kosovo Albin Kurti hanno dato risposta e alle quali l’opinione pubblica ha diritto.
Non è ancora chiaro perché i serbi abbiano utilizzato dei camion per bloccare una strada rurale poco trafficata alle tre del mattino, vicino al monastero ortodosso. Perché hanno scelto proprio quella notte, quando il Presidente della Serbia era in aereo da New York a Belgrado, ma anche quando Kurti non era esattamente il politico balcanico più popolare in Occidente?
Se l’argomentazione di Vučić è corretta e cioè che i serbi si sono ribellati perché non potevano più sopportare il terrore di Kurti, c’è da chiedersi perché non l’abbiano fatto prima quando c’erano molte ragioni più dirette.
Non è ancora chiaro chi abbia organizzato il gruppo di serbi e se dietro a tutto ci sia Milan Radoičić, il vicepresidente della Lista serba, come sostengono le autorità kosovare, su cui Belgrado non si esprime.
Non è nemmeno chiaro da dove provengano così tante armi sequestrate, come siano arrivate a Banjska e perché la polizia kosovara e la KFOR non abbiano fermato in tempo il veicolo blindato se erano già in possesso delle riprese di un drone.
Chi potrebbe trarre vantaggio dalla sparatoria e perché la KFOR non ha reagito in tempo per la prima volta, anche se è nelle sue mansioni occuparsi della sicurezza e della pace nel nord del Kosovo?
Non è nemmeno chiaro perché i funzionari serbi non abbiano pubblicato immediatamente i nomi dei serbi uccisi e perché ci sia voluto così tanto tempo perché la Lista serba esprimesse almeno le proprie condoglianze alle famiglie delle vittime.
Perché hanno rilasciato una dichiarazione solo dopo la convocazione dell’ambasciatore tedesco in Kosovo, ma senza una sola parola che confutasse le affermazioni secondo cui Milan Radoičić sarebbe stato uno degli organizzatori della ribellione a Banjska? Rimane anche poco chiaro il motivo per cui le autorità kosovare non hanno reso noti i nomi dei serbi arrestati, mentre i media locali ne hanno scritto diffusamente.
Non è chiaro nemmeno se le strutture di sicurezza serbe sapessero che i serbi in Kosovo stavano preparando una ribellione. Se non lo sapevano, la domanda è se questi gruppi di ribelli si siano staccati dal controllo di Belgrado e si siano messi a risolvere i propri conflitti in assenza del presidente serbo. Se i servizi di sicurezza sapevano cosa stava accadendo, hanno informato in tempo il presidente dello Stato?
La Belgrado istituzionale, cioè il Presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, non ha fornito risposte a tutte queste domande nell’unico, tardivo discorso pubblico di domenica sera. La sua affermazione che il piano di Kurti fosse quello di trascinare i serbi in una guerra con la NATO non è una spiegazione sufficiente per quanto accaduto a Banjska domenica.
(Danas, 27.09.2023)
https://www.danas.rs/vesti/politika/banjska-rat-radoicic-vucic-kurti/
