Dopo l’introduzione di tetti temporanei ai margini di profitto, la Serbia ha adottato la sua prima legge sulle pratiche commerciali (Zakon o trgovačkim praksama), con l’obiettivo di regolamentare in modo sistematico i rapporti tra rivenditori, fornitori e produttori. A differenza delle misure precedenti che incidevano direttamente sui prezzi, la nuova normativa vieta le pratiche commerciali sleali, limita determinati sconti e commissioni e conferisce nuovi poteri alla Commissione per la tutela della concorrenza. L’obiettivo è stabilire regole di mercato più prevedibili.
Modellata sulla direttiva dell’Unione Europea (UE) in materia di pratiche commerciali sleali, la nuova legge serba copre uno spettro di prodotti molto più ampio rispetto a quanto avviene nella maggior parte dei paesi europei. Le nuove disposizioni introducono limiti agli sconti commerciali, proibiscono determinate commissioni a carico dei fornitori, vietano le pratiche commerciali “grigie” e “nere” e istituiscono meccanismi di segnalazione degli illeciti (whistleblowing).
“Per la prima volta in Serbia, questa legge codifica le pratiche commerciali sleali inserendole in una cosiddetta lista nera, mentre esiste anche una lista grigia di pratiche, ovvero casi che saranno esaminati singolarmente”, ha dichiarato a Bloomberg Adria l’economista Saša Đogović.
La nuova legge sulle pratiche commerciali “non è necessariamente una cattiva notizia per i rivenditori, ma cambia la logica degli investimenti nel settore retail serbo”, ha spiegato a Bloomberg Adria Tanja Tanzier, consulente per il commercio al dettaglio presso Colliers International House Austria. Tanzier ha chiarito che una maggiore regolamentazione del mercato serbo non dovrebbe scoraggiare gli investitori, bensì introdurre un certo grado di prevedibilità. “Gli investitori non fuggono dalle regole, fuggono dagli interventi politici improvvisi e dalle norme che cambiano dalla sera alla mattina”, ha osservato Tanzier.
È fondamentale che l’applicazione della legge sia “chiara, uniforme per tutti i partecipanti al mercato e applicabile nella pratica”, ha dichiarato Univerexport in una risposta scritta a Bloomberg Adria. “In questo momento è troppo presto per parlare di effetti concreti sui singoli accordi con i fornitori, poiché molto dipenderà dalle modalità di applicazione delle norme e da ulteriori interpretazioni da parte delle istituzioni competenti”, hanno aggiunto.
Un cambiamento nei rapporti di forza
Per anni, l’anello più forte della catena di approvvigionamento in Serbia è stato rappresentato dalle grandi catene di distribuzione. “La legge dovrebbe contribuire a ristabilire l’equilibrio”, ha sottolineato Veljko Mijušković, professore presso la Facoltà di Economia di Belgrado.
Con la sua approvazione, la Serbia ha creato le condizioni per superare la fase degli interventi ad hoc, come il regolamento sui margini di vendita al dettaglio, che fissava un tetto massimo del 20% per i margini di alcune categorie di prodotti alimentari e igienici. Tale decreto è rimasto in vigore dal 1° settembre 2025 al 1° marzo 2026. “Abbiamo dovuto affrontare una forte resistenza da parte delle catene di distribuzione; una di esse ha persino fatto causa alla Serbia e la questione sta andando in arbitrato internazionale”, ha ricordato Mijušković.
Ahold Delhaize, proprietaria di Delhaize Serbia — che gestisce le catene di supermercati Maxi e Shop&Go —, ha intentato una causa contro la Serbia a febbraio a causa dei tetti ai margini imposti dal decreto. Secondo quanto dichiarato dall’azienda, a causa delle perdite finanziarie, Delhaize è stata costretta a chiudere 25 negozi. La richiesta di arbitrato, presentata all’International Centre for Settlement of Investment Disputes (ICSID) presso il Gruppo della Banca Mondiale a Washington, è tuttora in fase di esame.
Allo scadere del decreto sui margini, la Serbia è passata a una soluzione legislativa. “La differenza tra il decreto sui margini e questa legge risiede nel fatto che il decreto colpisce direttamente i prezzi e la redditività, mentre la legge tenta di regolamentare le relazioni all’interno della filiera. Dal punto di vista di un investitore, questo è decisamente più accettabile”, ha valutato Tanzier.
Tanzier ritiene che la nuova legge sulle pratiche commerciali debba essere interpretata come un tentativo da parte della Serbia di andare oltre gli interventi d’urgenza, definendola un “segnale positivo”. Resta tuttavia da vedere come la legge verrà applicata. “Se la Commissione per la tutela della concorrenza agirà in modo trasparente, con criteri chiari e una prassi che si stabilizzerà nel tempo, il rischio per le catene di distribuzione diminuirà”, ha sottolineato Tanzier. Ciononostante, ha avvertito: “Se la normativa verrà applicata in modo selettivo, come strumento di controllo politico, ciò rappresenterà un rischio aggiuntivo per gli investitori”.
Una nuova arma per la Commissione per la tutela della concorrenza
La legge sulle pratiche commerciali potrebbe inoltre diventare l’arma più potente a disposizione della Commissione per la tutela della concorrenza. La norma ha ampliato le competenze della Commissione, nominandola principale regolatore della catena di approvvigionamento non solo per i prodotti alimentari, ma anche per i beni agricoli. Nel 2024, ai sensi della legge sulla tutela della concorrenza, la Commissione aveva avviato un procedimento antitrust contro quattro grandi catene di distribuzione (Delhaize, Mercator-S, Univerexport e DIS) per sospetto cartello sui prezzi. Le conclusioni non sono ancora state rese note.
Ora, oltre ai poteri già previsti dal diritto della concorrenza, la Commissione può avviare procedimenti d’ufficio (ex officio) per accertare eventuali violazioni della legge. Le sanzioni pecuniarie che la Commissione può comminare in base alla nuova normativa variano dallo 0,1% allo 0,2% del fatturato annuo complessivo della catena distributiva inadempiente.
I fornitori, tra cui figurano molti piccoli produttori, possono ora rivolgersi direttamente alla Commissione se sospettano che le grandi catene stiano imponendo condizioni inique o abusando del proprio potere contrattuale. “Sono loro che dovrebbero trarre i maggiori benefici da questa legge”, ha osservato Mijušković, ricordando che la norma dovrebbe tutelarli sia dai ritardi nei pagamenti, sia dai “costi estremamente elevati” legati al posizionamento dei prodotti sugli scaffali.
“Uno dei maggiori impatti della legge consiste nel tentativo di neutralizzare il potenziale ricattatorio dei rivenditori, che ora viene classificato come pratica sleale tra partner commerciali”, ha rilevato Saša Đogović. L’economista ha sottolineato che un’innovazione particolarmente rilevante è l’introduzione della figura del whistleblower. “Questo incoraggia i produttori e i fornitori a mettere a disposizione delle autorità competenti informazioni su pressioni, costi occulti e contratti controversi”, ha evidenziato.
“Fino ad ora, i fornitori raramente denunciavano le grandi catene per paura di perdere spazio sugli scaffali. L’introduzione di un canale istituzionale riduce questo timore”, ha affermato Đogović. Ad ogni modo, la questione del posizionamento o della riduzione dei volumi d’ordine è ora esplicitamente normata dalla nuova legge. “Non mi aspetto un’ondata immediata di denunce, ma prevedo che influenzerà il comportamento di tutti gli attori del settore retail”, ha aggiunto Đogović.
L’approvazione di questa legge, scritta sul modello della direttiva UE, indica che la Serbia sta cercando di allineare parte delle sue regole di mercato agli standard europei, inclusi l’ambito della concorrenza e i rapporti nella filiera. Tuttavia, la sola adozione della legge non basterà a cambiare la percezione degli investitori o di Bruxelles. “Per i negoziati della Serbia nell’ambito del capitolo sulla concorrenza, conta maggiormente se le istituzioni saranno in grado di applicare le regole in modo indipendente, coerente e senza pressioni politiche”, ha valutato Tanzier.
A differenza di analoghe leggi europee in materia, la legge sulle pratiche commerciali in Serbia non si applica solo ai prodotti alimentari, ma si estende anche ai cosmetici, ai detergenti per la casa e ai prodotti agricoli. “Ciò è stato fatto per ridurre il rischio che gli sconti e gli altri balzelli, limitati sul cibo, venissero trasferiti su altre categorie di prodotti”, ha concluso Đogović.
La legge sulle pratiche commerciali porterà a un calo dei prezzi alimentari?
Secondo il Ministero del Commercio, la legge dovrebbe favorire una formazione dei prezzi più trasparente. “Sebbene la legge non si traduca direttamente in prezzi più bassi, crea lo spazio affinché si verifichi una loro riduzione”, ha affermato Mijušković.
Nonostante la nuova legge ponga un limite ai dazi d’importazione e agli sconti, il prezzo del cibo non dipende solo da questo. “Anche i costi della logistica, dei salari e dell’energia influenzano i prezzi, per cui non ci si deve aspettare un effetto di calo automatico; tuttavia, questa legge pone le basi per contribuire a tale obiettivo”, ha precisato Mijušković.
A due mesi dall’entrata in vigore della legge, i prezzi degli alimentari in Serbia hanno registrato un lieve calo. A maggio, l’inflazione ha registrato un incremento tendenziale del 3,5% su base annua, ma il segmento dei prodotti alimentari e delle bevande analcoliche ha visto una flessione complessiva dell’1,5% rispetto all’anno precedente. Tutte le sottocategorie alimentari hanno mostrato prezzi inferiori, ad eccezione della voce “Frutta e frutta a guscio”, sebbene anche in questo caso il rincaro sia stato minimo (0,2%).
(Bloomberg Adria, 02.07.2026)
