Il professor Velimir Lukić ha dichiarato alla RTS che è necessario elaborare nuove proiezioni e valutare quale quota dei prelievi statali inclusi nel prezzo del carburante possa essere corretta. Il ministro delle Finanze avrà molto lavoro da fare, aggiunge Lukić. Dell’impatto degli sviluppi globali sui mercati europeo e nazionale hanno parlato anche gli esperti di energia Jelica Putniković e Strahinja Obrenović.
Il prezzo del petrolio Brent, utilizzato come riferimento anche dalla Serbia, ha già raggiunto i 90 dollari e si annuncia un ulteriore aumento fino a 150 dollari in tempi molto brevi se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto. Nel pieno dell’aumento dei prezzi delle fonti energetiche, l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale è tornata a concentrarsi sul Golfo Persico.
Il professore della Facoltà di Economia di Belgrado Velimir Lukić valuta, in un’intervista alla RTS, che la situazione attuale in quella regione sia più grave rispetto alle precedenti crisi energetiche. “L’attuale crisi nel Golfo Persico è senza precedenti. Se sappiamo che quattro dei cinque maggiori giacimenti petroliferi del mondo si trovano proprio ai margini del Golfo Persico, possiamo concludere che si tratta di una situazione che finora non abbiamo mai visto“, afferma Lukić. Ricorda che anche in passato vi sono stati grandi sconvolgimenti sul mercato petrolifero – dalla guerra del Kippur, alla rivoluzione iraniana, fino alla guerra tra Iran e Iraq e all’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq – ma che ora per la prima volta si registrano contemporaneamente perturbazioni diffuse in quasi tutti i paesi della regione. Gran parte del commercio mondiale di petrolio passa proprio attraverso lo Stretto di Hormuz, motivo per cui qualsiasi instabilità in quell’area comporta gravi conseguenze globali. Secondo lui, il rischio non riguarda soltanto una possibile interruzione del trasporto marittimo, ma anche potenziali attacchi agli impianti petroliferi impegnati nell’estrazione e nella raffinazione del petrolio greggio.
L’aumento dei prezzi si riflette già sui distributori
Il prezzo del petrolio Brent, che rappresenta il riferimento per la Serbia, alla chiusura dei mercati prima del fine settimana ha raggiunto circa 92 dollari al barile. Questo aumento si riflette già anche sui prezzi dei carburanti. In Serbia, con l’intervento dello Stato, benzina e diesel sono aumentati di tre dinari, ma il professor Lukić avverte che le pressioni sui prezzi potrebbero continuare. “Il ministro delle Finanze avrà probabilmente molto lavoro da fare. È necessario elaborare nuove proiezioni e valutare quale quota dei prelievi statali inclusi nel prezzo del carburante possa essere corretta”, afferma Lukić. Come spiega, una delle possibilità è la correzione delle accise. “Queste accise possono essere ridotte fino al livello del 20 per cento, con la possibilità di modificare la normativa e aumentare tale percentuale“, afferma il professore. Tuttavia aggiunge che ogni riduzione della pressione fiscale deve tenere conto della stabilità fiscale dello Stato. Allo stesso tempo ricorda che il rating di investimento della Serbia consente allo Stato di indebitarsi più facilmente nel caso in cui si verificasse un temporaneo deficit di bilancio.
Le riserve strategiche come secondo strumento
Gli Stati, secondo l’interlocutore, dispongono di due strumenti chiave per attenuare gli shock energetici. Il primo è l’influenza sul prezzo dei carburanti attraverso imposte e accise, mentre il secondo è l’utilizzo delle riserve strategiche di petrolio. “L’utilizzo delle riserve strategiche comporta determinati rischi, ma può aiutare ad attenuare le perturbazioni di breve periodo sul mercato“, spiega Lukić. Aggiunge che negli ultimi anni la Serbia ha migliorato il sistema logistico di distribuzione delle riserve, in parte anche a causa dei problemi con la compagnia Naftna industrija Srbije (Industria Petrolifera della Serbia).
Dove l’Europa può trovare petrolio alternativo
Per quanto riguarda la compensazione delle quantità mancanti provenienti dal Golfo Persico, le possibilità sono limitate. L’unica alternativa significativa nella regione è l’oleodotto che collega l’est e l’ovest dell’Arabia Saudita e sbocca sul Mar Rosso, ma la sua capacità è già quasi completamente sfruttata. Secondo Lukić, l’Europa potrebbe fare maggiore affidamento su altri fornitori. Tra questi vi sono Norvegia, Libia, Algeria, Nigeria, Angola e i produttori della regione del Mar Caspio come Azerbaigian e Kazakistan.
La guerra in Medio Oriente ha scosso il mercato energetico
L’aumento delle tensioni in Medio Oriente ha nuovamente provocato turbolenze sul mercato energetico globale. Dell’impatto degli sviluppi globali sui mercati europeo e nazionale hanno parlato gli esperti di energia Jelica Putniković, direttrice del portale “Energija Balkana”, e Strahinja Obrenović della Facoltà di Scienze Politiche.
Secondo Jelica Putniković, l’aumento dei prezzi del petrolio è attualmente più una conseguenza della reazione del mercato che di una reale carenza di fonti energetiche. “Per ora non c’è carenza di petrolio sul mercato. Ogni perturbazione in Medio Oriente provoca un aumento dei prezzi perché i commercianti cercano di trarne profitto, ma è troppo presto per parlare di scenari estremi come 300 dollari al barile“, afferma. Sottolinea che l’ulteriore evoluzione della situazione dipenderà anche dalle decisioni dei paesi membri dell’OPEC, in particolare di quelli colpiti da possibili problemi nel trasporto.
Strahinja Obrenović avverte che un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz avrebbe gravi conseguenze per il mercato globale. “Un simile blocco non converrebbe a nessuno, nemmeno all’Iran“. Ricorda che oggi gli Stati Uniti si trovano in una posizione migliore rispetto al passato grazie alla crescita della produzione da shale e al forte export di gas naturale liquefatto.
Putniković sottolinea che gli Stati dispongono di meccanismi per attenuare gli effetti dell’aumento dei prezzi. “Durante le precedenti crisi energetiche gli Stati hanno rinunciato a una parte delle entrate derivanti dalle accise per ridurre il prezzo al dettaglio dei carburanti”, afferma, aggiungendo che è importante proteggere l’economia per evitare un aumento dell’inflazione e un rallentamento dell’attività economica.
Obrenović afferma che i cittadini non devono temere carenze. “Le fonti energetiche ci sono. Il problema riguarda soprattutto la logistica e il rischio del trasporto attraverso Hormuz. La cosa più importante è evitare di creare panico che farebbe ulteriormente salire i prezzi“, afferma. Aggiunge che le conseguenze dell’aumento dei prezzi del petrolio non si riflettono soltanto sui carburanti, ma anche sulla petrolchimica, sull’agricoltura e sulla produzione di fertilizzanti artificiali.
(RTS, 07.03.2026)
https://www.rts.rs/lat/vesti/ekonomija/5901383/nafta-velimir-lukic-cene-jelica-putnikovic-energija.html
