Il rapporto della CIA nel 1979: “Jugoslavia: il problema Kosovo”

Nel mese di aprile del 1979, la CIA elaborò un’analisi della cosiddetta questione del Kosovo in Jugoslavia. In un documento archiviato con il numero RDP80T00942A001000060001-7 e intitolato “Jugoslavia: il problema Kosovo”, l’agenzia di intelligence degli Stati Uniti aveva individuato le radici del problema serbo-albanese e le sue implicazioni sul futuro del Kosovo nella Jugoslavia post-Tito.

La CIA apriva il suo rapporto con la tesi secondo cui, anche se “il futuro corso della rivalità serbo-croato sulla distribuzione del potere in Jugoslavia è la chiave ben riconosciuta per conservare l’integrità dello stato jugoslavo nel periodo post-Tito, la rivalità tra serbi e albanesi in Kosovo possono costituire un cuscinetto altrettanto importante nella manipolazione di Belgrado dei suoi problemi con le minoranze etniche”.

Il rapporto prosegue dicendo che “il regime di Enver Hoxha nella vicina Albania considera solo temporaneo il controllo jugoslavo del Kosovo”. Gli autori dell’analisi sostenevano poi che “sebbene la CIA non disponga di prove di attività sovversiva straniera in Kosovo, la situazione è già pronta per l’ingerenza straniera”, e aggiungono che “questo è particolarmente vero perché il problema della minoranza albanese in Macedonia potrebbe sconvolgere questa repubblica jugoslava nei confronti della quale la Bulgaria avanza richieste irredentiste”.

La CIA prosegue sottolineando che gli albanesi del Kosovo, in tutto un milione, costituiscono la minoranza nazionale più povera in Jugoslavia, pur avendo il più alto tasso di analfabetismo e di natalità.

“Uno spiccato nazionalismo albanese si è sviluppato tra di loro (* albanesi del Kosovo), volto a superare gli effetti del passato dominio serbo e sulla base di aspettative irrealistiche di guadagno economico”.

Il background storico 

La relazione della CIA considera anche le radici storiche del problema: “gli albanesi, in gran parte musulmani, sostengono di essere i discendenti degli antichi Illiri, considerati gli abitanti originari della zona del Kosovo, mentre sono gli slavi (serbi) ad essere gli intrusi”.

Il rapporto sostiene che Josip Broz Tito ebbe seri problemi con gli albanesi che risiedevano nella regione meridionale della Serbia. “Nel 1944, per esempio, i partigiani di Tito combatterono contro un esercito albanese indigeno, deciso a stabilire il controllo sulla regione. L’ostilità albanese, sempre serpeggiante sotto la superficie, emerse di nuovo alla fine del 1960, sulla scia della caduta dal potere di Aleksandar Rankovic, un nazionalista serbo, confidente del presidente Tito e sorvegliante della polizia segreta. Rankovic aveva giocato un ruolo chiave nella repressione, a volte brutale, degli albanesi, e la sua scomparsa sollevò le speranze per un cambiamento sociale e politico”, afferma il rapporto.

Viene inoltre citata una protesta albanese nel 1968, quando le richieste albanesi, partendo dall’essere “moderate su vasta portata”, sfociarono nell’accenno alla “colonizzazione del Kosovo”, al rispetto dei diritti autonomi promesso durante la seconda guerra mondiale, al diritto all’auto-determinazione e ad una costituzione separata per il Kosovo, alla creazione di una repubblica albanese all’interno della Serbia, e al diritto di issare la bandiera albanese.

I disordini scoppiarono successivamente nel dicembre del 1974, partendo dall’Università di Pristina. Il rapporto ricorda quel periodo: “Centinaia furono gli arresti, e molte persone vennero incarcerate per reati che vanno dalla distribuzione di volantini nazionalisti albanesi alla pittura di slogan nazionalisti sui muri degli edifici universitari; slogan che inneggiavano alla “Grande Albania”.

La reazione di Belgrado 

Nel rapporto, la CIA sostiene che Belgrado era disposta a scendere ad un compromesso con l’ala moderata albanese, mentre, d’altra parte, trattava aspramente i nazionalisti albanesi.

“Lo sforzo per disinnescare il problema del Kosovo ebbe un successo solo limitato. Gli investimenti nella provincia stimolarono la migrazione su larga scala di lavoratori non qualificati nelle città e nei paesi in cui la promessa di posti di lavoro era largamente insoddisfacente. La decisione di espandere l’Università di Pristina, recidendo i suoi legami con Belgrado, e requisiti di accesso più bassi, produssero una mole di disoccupati semi-istruita. Condizioni di vita affollata e strutture ricreative limitate aggravavano il malcontento all’interno dell’università, dove gli studenti cominciarono a dimostrare una particolarmente forte inclinazione verso l’estremismo nazionalista”, sottolinea la relazione.

La componente religiosa musulmana

“Data l’insorgenza internazionale della fede musulmana e il suo recente impatto sugli eventi in Iran, la dirigenza jugoslava ha un nuovo elemento su cui riflettere. Secondo l’Autorità jugoslava anziana musulmana suprema, circa 1,3 milioni di kosovari albanesi e turchi (pari a circa all’85% della popolazione del Kosovo) vivono nel tessuto della cultura e della civiltà musulmana”: il rapporto giunge a considerare l’aspetto religioso del conflitto.

“Faide e vendite della sposa sono ancora abbastanza comuni in Kosovo, ma sono da tempo scomparsi tra i più modernizzati musulmani-slavi. Mentre atteggiamenti religiosi costituiscono un fattore importante nell’atteggiamento dei musulmani albanesi in Kosovo verso la vicina Albania, che promuove l’ateismo, i giovani del Kosovo appaiono meno attratti, rispetto agli anziani, dagli aspetti religiosi del patrimonio musulmano”, aggiunge la CIA.

L’Agenzia presume inoltre che, nel caso di un rafforzamento del nazionalismo albanese in Kosovo, “probabilmente ci sarebbero due frange con orientamento opposto: quello che graviterebbe verso importanti Stati musulmani come la Libia, l’Iraq e il Kuwait, e quella che, costituita principalmente da studenti universitari, rivolgerebbe lo sguardo a Tirana”.

Povertà e impazienza 

La CIA valuta anche il disagio economico degli albanesi del Kosovo, dichiarando: “La prospettiva è tetra: il boom continuo della popolazione porta a dubbi sul fatto che le opportunità di lavoro saranno mai abbastanza per consentire un miglioramento nel tasso di disoccupazione. Inoltre, è improbabile che i kosovari saranno mai in grado di aderire alla corrente principale economica jugoslava”.

Si sottolinea, tra l’altro, che il Presidente albanese Enver Hoxha sostenne di non aver alcuna intenzione di interferire negli affari interni jugoslavi. Tuttavia, in una discussione con un diplomatico occidentale anonimo, l’allora Ministro degli Esteri albanese, Nesti Nase, suggeriva che “obiettivo naturale e permanente dell’Albania è di riunire tutti gli albanesi in uno stato”.

“I commenti di Nase forniscono una buona indicazione sulla speranza che Tirana nutre di approfittare del periodo post-Tito per realizzare una Grande Albania”, conclude il rapporto.

(Newsweek, 06.02.2017)

http://www.newsweek.rs/srbija/81227-tajna-cia-analiza-kosovskog-pitanja-evo-kako-su-postavljeni-temelji-otcepljenja-kosova-i-formiranja-velike-albanije.html

https://www.cia.gov/library/readingroom/docs/CIA-RDP80T00942A001000060001-7.pdf

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