Che fine hanno fatto i promessi 1.000 euro delle azioni gratuite?

Qualcuno si ricorda ancora delle azioni gratuite? Quel foglietto di carta disponibile negli uffici postali, sul quale sono riportate le ultime quotazioni delle azioni, è probabilmente l’ultimo legame tra i cittadini e il progetto di distribuzione delle azioni gratuite lanciato nel 2008.

Considerato l’obiettivo nascosto di questo programma populista, non era difficile prevederne l’esito finale. Tuttavia, i suoi effetti distruttivi hanno superato persino le aspettative più pessimistiche. L’idea stessa che i cittadini diventino azionisti e possano controllare l’operato delle imprese ha certamente una sua logica, soprattutto nelle società in transizione, dove è in corso un graduale processo di costruzione delle istituzioni e della democrazia di mercato.

Così come, sul piano politico, i cittadini dovrebbero controllare i propri rappresentanti eletti, anche sul piano aziendale potrebbero costituire un valido argine contro pratiche indesiderate all’interno di imprese che fino a poco tempo fa erano aziende pubbliche statali.

Tuttavia, come abbiamo visto, il controllo all’interno del sistema politico è largamente mancato; era quindi irrealistico aspettarsi risultati diversi nel campo dell’azionariato. Dove si è inceppato, dunque, il programma di distribuzione delle azioni gratuite e perché non è stato raggiunto nemmeno uno degli obiettivi dichiarati?

Al programma aderirono 4,8 milioni di cittadini allora maggiorenni, ai quali avrebbe dovuto essere distribuito il 15% del capitale di sei imprese statali considerate strategiche, oltre alle azioni (quote) del Fondo di privatizzazione, composto da partecipazioni in aziende già privatizzate.

L’enorme interesse dell’opinione pubblica fu alimentato dalle dichiarazioni dei promotori del programma sul valore atteso dei beni da distribuire. Per la maggior parte dei cittadini, il progetto è rimasto associato alla promessa, mai mantenuta, di ricevere mille euro. Il lancio stesso del programma fu accuratamente programmato alla vigilia delle elezioni parlamentari, vinte anche grazie al contributo non trascurabile di questa iniziativa populista.

Con il passare delle elezioni arrivò però anche la crisi economica globale. Il quadro normativo che disciplinava il programma rimase così esposto sia all’indifferenza della classe politica sia alle successive difficoltà dei mercati finanziari. In tempi molto rapidi si crearono tutte le condizioni affinché questo progetto, già costruito su basi fragili, si trasformasse in un completo fallimento.

Ai cittadini furono distribuite le azioni della NIS, dopo la vendita del pacchetto di controllo alla russa Gazprom, quelle dell’Aeroporto Nikola Tesla, prima che la società entrasse nel processo di concessione, e infine, nel 2012, le azioni di Telekom Srbija, che non è mai stata quotata in Borsa e rappresenta probabilmente il miglior esempio dell’atteggiamento delle autorità esecutive nei confronti di questo progetto e dei cittadini in generale. Le azioni della JAT, la compagnia aerea nazionale poi chiusa per lasciare spazio a una nuova compagnia, non furono mai distribuite.

Destino simile toccò alle azioni della casa farmaceutica Galenika, fallita come tipico esempio di economia controllata dai partiti politici. Dopo essere stata risanata con denaro pubblico, l’azienda venne privatizzata e i cittadini ricevettero soltanto qualche briciola. Le azioni dell’Elektroprivreda Srbije (EPS) non furono mai distribuite e le reali intenzioni dello Stato sono emerse chiaramente durante la recente trasformazione dell’azienda da ente pubblico a società per azioni, quando la soluzione prevista dalla legge per l’assegnazione delle azioni ai cittadini e ai dipendenti è stata completamente ignorata.

Nel complesso, fino a quest’anno, i cittadini hanno ottenuto un guadagno di poco superiore ai 100 euro, considerando il valore attuale delle azioni ricevute e quotate, i dividendi incassati e il pagamento iniziale una tantum di 1.700 dinari. Il problema non è che qualche politico abbia sbagliato la stima del valore delle azioni — cosa che gli analisti fanno quotidianamente — bensì che si sia arrogato il diritto di fare promesse sul valore di un patrimonio influenzato da una miriade di fattori che non erano sotto il suo controllo.

E tutto questo per raggiungere un obiettivo politico immediato e redditizio. Le conseguenze per il mercato azionario nel suo complesso sono state disastrose. Con questo programma, il mercato è stato definitivamente relegato al ruolo di semplice strumento politico, invece di diventare un luogo in cui le imprese avrebbero potuto raccogliere capitali e, allo stesso tempo, essere sottoposte a un controllo indiretto della gestione finalizzato a migliorare i risultati aziendali.

È evidente che, anche nello scenario più favorevole, la frammentazione del patrimonio detenuto dai cittadini non sarebbe stata sufficiente a motivare la maggior parte di loro a partecipare attivamente all’azionariato come fanno gli investitori in tutto il mondo. Tuttavia, l’azione della politica ha completamente svuotato di significato questo concetto, e il successivo declino del mercato non è stato affatto una sorpresa.

Attualmente, in Borsa è quotata soltanto la società che gestisce la concessione dell’Aeroporto Nikola Tesla (e non l’aeroporto stesso, come il nome potrebbe far pensare), mentre la NIS si trova in un “esilio temporaneo” ormai da sedici mesi a causa delle circostanze geopolitiche, una situazione probabilmente unica al mondo. Le quote del Fondo Azionario non sono mai state quotate perché, data la loro scarsa liquidità, probabilmente nessuno le avrebbe acquistate. Telekom, invece, continua a rimanere lontana dal mercato borsistico, mentre attraverso i media che nel frattempo ha acquisito continua a diffondere l’immagine di una propria presunta valutazione astronomica.

Tirando le somme, l’unico aspetto relativamente positivo per i cittadini è che probabilmente non sapranno mai quanto sia costato complessivamente questo progetto. Ed è assai probabile che il conto finale sia stato molto più elevato dei mille euro che molti avevano già registrato come futura entrata nel proprio bilancio familiare nel lontano 2008.

(Kamatica, 10.06.2026)
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