Un’antropologo tra i tifosi. Il calcio in Serbia analizzato da Ivan Đorđević

Nella seguente intervista rilasciata al Serbian Monitor, l’antropologo Ivan Djordjevic tocca numerosi aspetti del fenomeno in Serbia, dall’elaborazione di un’identità nazionalista nelle curve degli stadi alle dinamiche sociali e criminali di cui le tifoserie calcistiche in Serbia sono al contempo effetto e causa, fino all’inevitabile commistione tra tifo e politica, che spesso nel paese è sfociata non solo in violenza fisica, ma in devastazioni organizzate e atti clamorosi.

Recentemente le testate Insajder e Newsweek hanno dedicato alcuni articoli alla complessa realtà del calcio in Serbia, portando alla luce da un lato l’inadeguatezza della risposta politica nel porre un argine al fenomeno degli hooligans, dall’altro le problematiche legate all’organizzazione del sistema dei club professionistici che rendono non di rado poco trasparenti le attività di finanziamento o quelle della vendita di giocatori. Secondo quanto riferisce Insajder, all’indomani della composizione del nuovo governo, nella versione ridotta dell’exposé che Vucic ha inviato ai giornalisti, solo due frasi sono dedicate al tema, ma secondo la testata, in modo tale da relativizzarlo, poiché “la violenza negli stadi non è un problema esclusivamente della Serbia”. Ma la “Serbia comunque, è uno dei pochi paesi che si arrende di fronte a orde di hooligans che dallo stadio scendono nelle strade con il pretesto di combattere per la “causa nazionale” distruggendo emettendo a ferro e fuoco le città. La Serbia è il paese in cui contro i capi di tifoserie sono state aperte negli ultimi anni numerose indagini per crimini quali omicidio, tentato omicidio, traffico di droga, estorsione. Processi andati avanti per anni, che non hanno mai portato a sentenze risolutive”.

Per comprendere la complessità e di un fenomeno che si presenta culturalmente articolato su vari livelli, e la realtà delle relazioni tra calcio, nazionalismo e politica, anche la nota rivista Vreme ha pubblicato nel suo ultimo numero con il titolo di “La violenza, la gerarchia, il potere politico”, l’intervista a Ivan Djordjevic, antropologo presso l’Istituto di Etnografia di Belgrado e autore di “Antropolog među navijačima” (Un antropologo tra i tifosi).  Le dinamiche che caratterizzano e alimentano la connessione tra sport e politica sono state spesso oggetto di studio da parte delle scienze sociali, e in un’intervista che noi stessi abbiamo realizzato con Ivan lo scorso 28 luglio abbiamo cercato di capire con lui in che modo il prisma della scienza sociale può illuminare il contesto del calcio in Serbia.

Perché hai deciso come antropologo di dedicarti allo studio del calcio come fenomeno culturale? 

Prima di tutto perché amo il calcio, e sono stato fortunato nell’avere un supervisore fanatico di calcio, ma più seriamente…

Trovo che questo sia molto serio…

Certo, amare il calcio è sicuramente una cosa molto seria. Ad ogni modo, ho sempre considerato con molto interesse la relazione politica-sport, piuttosto visibile in Jugoslavia durante gli anni ’90, e tuttora molto forte. Da quando ho cominciato a lavorare presso l’Istituto di Etnografia, è stato questo l’argomento al quale mi sono interessato maggiormente, e scrivendo la tesi di dottorato ho avuto modo di investigare le modalità di connessione tra nazionalismo e sport, e tra tifoserie e partiti politici, specialmente di destra. Mi sono poi focalizzato sullo studio, attraverso le narrazioni sul calcio, delle relazioni tra Serbia e Croazia. In qualche modo le narrazioni appaiono più definite quando si parla e si legge di calcio rispetto a quando si parla di politica, specialmente nel contesto politico successivo 2000. Nonostante il processo di normalizzazione dei rapporti tra i due paesi le partite disputate tra le due rappresentative nazionali continuano a produrre un qualche tipo di tensione: il calcio in questo senso rappresenta una buona chiave per interpretare questo tipo di relazioni, un territorio in cui osservare come le relazioni si attivano e funzionano nella pratica. 

Quindi, esattamente, in che modo lo studio del calcio può aiutare a comprendere la realtà, e perché proprio il calcio può avere questo ruolo?

Chiaramente a causa della sua popolarità, e dell’importanza che riveste per le persone: quando a qualcosa viene attribuita una tale importanza, può diventare un contenitore da riempire di tutta una serie di cose. Non si tratta più “solo” di calcio, ma è sempre qualcosa più di un gioco. Uno dei primi esempi di uso politico del calcio risale al 1934 in occasione dei Mondiali in Italia: l’intento di Mussolini era di sfruttare il calcio come strumento per la fondazione di un “nuovo uomo italiano”, e da quel momento gli esempi sono lampanti. Ed ancora, la prima volta in cui la bandiera della Germania dopo la seconda guerra mondiale è apparsa in pubblico è stato quando la Germania Ovest vinse i Mondiali del 1954, a Berna. In un certo senso il calcio può anche essere definito come una guerra senza armi.

GENOA, ITALY - OCTOBER 12: Balaclava clad Serbian fan Ivan Bogdanov gestures towards riot police during the UEFA Euro 2012 qualifying match between Italy and Serbia at Luigi Ferraris Stadium on October 12, 2010 in Genoa, Italy. (Photo by Claudio Villa/Getty Images) Scriveva Simon Kuper che nel calcio “i simboli e le bandiere sono la maschera sotto la quale si celano talvolta identità segrete e incontrollabili”. Tale dinamica sembra prendere corpo in modo significativo nel contesto dei Balcani, assumendo in Serbia delle connotazioni specifiche legate a sentimenti di rivalsa e di affermazione identitaria nazionalista. L’espressione, talvolta parossistica e violenta, che tali istanze incarnano può non di rado divenire, nelle mani della politica, strumento di contrattazione e di esercizio del potere, come evidenziato per esempio dal giornalista sportivo Ivan Loncarevic: “Lo sport e la politica, specialmente in questa parte del mondo, sono sempre correlati e i politici usano lo sport per enfatizzare differenze, per lo più a livello politico”.
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Questo accostamento con la guerra è piuttosto costante, e per la Serbia è stato più volte ribadito dall’etnologo Ivan Čolović, che tu stesso hai spesso citato…

Lo è sostanzialmente perché le nazionali calcistiche agevolano il processo di identificazione del singolo nel soggetto collettivo e costituiscono uno strumento perfetto nell’ambito del processo di omogeneizzazione di una nazione. E questo è il motivo per cui può esserci una connessione con la guerra. Non deve esserci necessariamente, il calcio può anche essere usato per cose differenti, e molte positive. 

E quindi, prima di continuare a parlare eventualmente di cose che potrebbero essere negative, quali sono gli aspetti positivi del calcio in Serbia?

È piuttosto complicato. Lo stato del calcio in Serbia attualmente non agevola l’interesse nei suoi confronti, perché il livello è piuttosto basso e peggiora costantemente. Se consideriamo che ora il calcio è qualcosa di estremamente capitalistico, è difficile aspettarsi che il mercato serbo sia competitivo. È una questione fondamentalmente economica. Possiamo produrre dei talenti, ma siamo costretti a venderli molto presto, e a prezzi non convenienti: in questo modo i grandi club di calcio non sono in grado di dare continuità alle squadre e costruire qualcosa di lodevole. Ma non si tratta solo di giochi di mercato: mancano le risorse e le motivazioni che potrebbero trattenere un giocatore qui. Sebbene gli stadi di Belgrado non siano male, in tutta la Serbia mancano adeguate strutture.

Quindi l’esodo dei talenti è dovuto essenzialmente a ragioni pratiche?

Certo al di là di questo c’è anche un grande business. Una grande quantità di persone sta facendo affari in modo non trasparente. I club di calcio in Serbia sono registrati come associazioni di cittadini, il proprietario non è lo Stato, né un determinato soggetto privato, e neanche un qualche soggetto “sociale”, quindi fondamentalmente è impossibile tenere traccia del denaro e non è richiesto il pagamento delle tasse, le norme sono completamente differenti da quelle che regolano le normali società. In sostanza un meccanismo perfetto per il lavaggio di denaro sporco.

Ed è sempre stato così?

Nella ex Jugoslavia il sistema era molto più regolamentato e lo stato svolgeva un ruolo maggiore, ma ad ogni modo c’era sempre una sorta di mercato nero. Ma a partire dagli anni ’90 nessuno è in grado di conoscere budget e bilanci dei club, e in sede di contrattazione nessuno è tenuto a renderne pubblici i termini. E infatti diversi criminali si sono reinventati procuratori.

Ogni tanto si propone la privatizzazione di questi club, credi che potrebbe essere una soluzione? 

Se lo Stato ne fosse il proprietario sarebbe più facile privatizzare, e venderebbe di certo. Tra l’altro essendo registrati come associazioni civiche i club non possono legalmente neanche possedere proprietà, dunque non sapresti neanche cosa stai vendendo. Nel caso di club posseduti da municipalità o da fabbriche è molto più semplice ed è successo con il club Čukarički Stankom, che è ora completamente privato e funziona come tale, in modo più o meno trasparente. Nel caso della Stella Rossa e del Partizan diventa difficile, basta considerare soltanto il prezzo del terreno sul quale sorge lo stadio della Stella Rossa, che comunque non potresti vendere perché nessuno ne detiene la proprietà. Tra l’altro, chi investirebbe in qualcosa di cui non si conosce l’esatto andamento? Si possono solo fare ipotesi su quale sia il buco delle società, si dice 50 milioni la Stella Rossa e 15 il Partizan. Non è chiaro neanche come possano continuare a funzionare con un debito simile. Suppongo si tratti di una decisione politica, sarebbe un rischio troppo grande a livello politico per chiunque tentare di chiudere una delle due squadre, perché la loro rivalità è davvero qualcosa di molto importante per le persone, in particolare a Belgrado ma in generale in tutta la Serbia. Ed è sempre una questione di prestigio per i politici farne parte. Le persone sono fortemente coinvolte in questa rivalità.

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Tifosi della Stella Rossa – Fudbalski klub Crvena zvezda

Per le mie ricerche ho realizzato un ingente numero di interviste e quando chiedevo come mai continuassero a tifare la Stella Rossa nonostante la pessima qualità del gioco, la risposta più o meno era sempre la stessa, “non ci posso fare niente, è così. Quando sento i cori dello stadio sento il mio cuore riempirsi”. Sarebbe davvero impopolare semplicemente chiudere una delle due squadre. E sicuramente c’è qualcosa anche che non deve essere ufficiale, una qualche connessione tra i politici e i club e le tifoserie. Sono storie note, quelle di tifoserie coinvolte nel traffico di droga, ma nessuno è mai stato arrestato, e anche quando c’è un processo si risolve in un nulla di fatto. È evidente la connessione con un qualche tipo di struttura all’interno della macchina statale, molti componenti di queste tifoserie lavorano come guardie di sicurezza nei partiti politici.

Ma se le persone sono consapevoli di questa connessione così profonda, perché continuano a sostenere questo meccanismo?

Credo sia una questione “storica” e “sentimentale”. Si cerca di pensare a cose positive riguardo le due squadre, si attiva quasi un processo di negazione per cui la parte “negativa” della tifoseria viene considerata spuria. Ma molti hanno anche smesso di andare allo stadio, per mancanza di sicurezza o perché non sopportano cori e canti nazionalisti e razzisti. Semplicemente senti di non appartenere più a questa cosa e le nuove generazioni che stanno andando adesso allo stadio non ne hanno memoria: la mia previsione è che nel giro di una decina d’anni la popolarità di cui il calcio gode ora potrebbe estinguersi.

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Striscione esposto dai tifosi del Partizan nel corso della partita di qualificazione alla Champions League contro il Ludogorec il 6 agosto scorso, anniversario dell’espulsione dei serbi dalla città croata di Knin nel 1995. Il testo dice: “Espellere i civili è un’azione chiara. L’anno prossimo a Knin, il messagggio è chiaro”.

A volte la rivalità è però anche basata su una differenziazione che agisce a livello territoriale, che quindi si lega a processi di identificazione di una comunità che pretende di essere connessa non solo ad un preciso percorso storico ma anche ad un luogo ed un territorio in particolare. Riconosci nella rivalità tra le due squadre di Belgrado questo elemento o no?

La differenza qui è culturale, non tanto territoriale. C’è una narrazione che riguarda la Stella Rossa e il Partizan, sulla quale sto indagando ora, e posso riassumerla sostanzialmente nel fatto che i tifosi del Partizan erano e sono considerati “jugoslavi”, mentre quelli della Stella Rossa sono “serbi”. D’altra parte c’è anche una leggenda, sulla differenza culturale tra le due tifoserie, perché i belgradesi “puri” sono tifosi della Stella Rossa, tutti gli altri si suppone che supportino il Partizan. Non credo sia vero, ma è una convinzione piuttosto diffusa, ed irremovibile, e la gente lo è riguardo a questo tema, soprattutto la generazione nata negli anni ’50 e ’60 dopo la seconda guerra mondiale. Durante gli anni ’70 questa differenziazione tra belgradesi puri e non ha cominciato a scemare. Quindi la differenza è stata, e continua ad essere, una questione culturale.

Ma non classista?

Me lo sono sempre chiesto, scrivendo la tesi e comparando le tifoserie inglesi ed europee con quelle qui in Serbia. In Inghilterra il principio di differenziazione può essere sicuramente classista ma in Jugoslavia non è lo mai stato. Gente proveniente da tutti i ceti è sempre stata unita nelle tifoserie. Ho provato ad individuare una qualsiasi connessione con una coscienza di classe ma non l’ho affatto rilevata. Anche allo stato attuale, anche durante il periodo di transizione e di crisi economica mi sarei aspettato l’insorgenza di un elemento simile, ma non è questo il caso. Molte delle persone che sono coinvolte in episodi di violenza per esempio non potrebbero sicuramente essere considerati appartenenti alla working class.

Come si sono sedimentate nella memoria collettiva le immagini degli eventi sportivi che hanno segnato la storia negli ultimi trent’anni, dalla vittoria della Coppa dei Campioni da parte della Stella Rossa nel 1991, alla partita tra Dinamo Zagabria e Stella il 13 maggio 1990 allo stadio Maksimir? E come vengono attivate ancora oggi queste narrazioni?

Per quanto riguarda Maksimir possiamo sicuramente dire che la memoria agisce in modo molto più profondo e performante in Croazia, perché quella partita è stata effettivamente usata per la costruzione di un mito nazionale: radicata è la convinzione che “la guerra è cominciata al Maksimir”. In Serbia non ha così tanta importanza: l’episodio è stato effettivamente strumentalizzato nel periodo immediatamente successivo per screditare il comportamento dei croati, mentre in Croazia era più una questione di orgoglio nazionale. Al di là dell’episodio, lo sport ed il calcio sono stati molto importanti per Tuđman, nel contesto di un tipico processo di nation building in cui una serie di simboli e di miti sono stati utilizzati per omogeneizzare la nazione. Per essere efficace il mito deve essere completo nei suoi elementi costitutivi, e si spiega così il ruolo svolto dal ricordo del calcio che l'”eroe” Zvonimir Boban sferrò ad un poliziotto nel tentativo di difendere un sostenitore della sua squadra. 

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13 maggio 1990 allo stadio Maksimir di Zagabria: Zvonimir Boban protagonista degli incidenti durata la partita tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa di Belgrado

In Serbia altri miti hanno preso piede e forza. E bisogna anche considerare che la Serbia ha perso tutte queste guerre, quindi non è possibile celebrare qualcosa che hai effettivamente ed ineluttabilmente perso. Se la Serbia avesse vinto probabilmente Maksimir sarebbe stato parte del mito nazionale così come è accaduto in Croazia. Ma parlare di quel periodo qui in Serbia non è molto popolare, la società serba è una società del rifiuto, sull’episodio è caduto il silenzio. E anche i tifosi serbi non parlano molto delle guerre degli anni ’90, la storia dal loro punto di vista è semplicemente celata: non c’è molto altro da ricordare se non brevemente la vittoria della Champions League. Trattano la storia come fa qualsiasi altra forma di nazionalismo serbo, come se non fosse accaduto nulla tra il 1992 e il 1996.

Quindi, ricapitolando, in Croazia il calcio è stato uno strumento attivo per il processo di costruzione nazionale, in Serbia chiaramente no, a che punto e come interviene questa differenziazione nel ruolo del calcio?

In Serbia è stato diverso perché lo stato che è emerso qui dopo la dissoluzione della Jugoslavia era comunque nominalmente ancora Jugoslavia, non è avvenuta una nuova costruzione attraverso diversi simboli nazionali. Ed è interessante che molti tifosi per questo abbiano deciso di non appoggiare la squadra nazionale, come dimostra sinteticamente la famosa canzone Red Star Serbian! Never Jugoslavia!. Il regime di Milosevic era puramente nazionalista, ma in qualche modo era anche legato ad una certa forma ed ideologia di vecchio stampo comunista, per cui la Jugoslavia non rappresentava qualcosa di negativo. Sul piano simbolico era difficile identificare il suo nazionalismo, e non era sua intenzione avviare quel tipo di processo di costruzione nazionale. Ovviamente qualsiasi cosa era impregnata di nazionalismo, ma si è trattato di un processo più informale che formale. Quindi, tornando al calcio, questo è il motivo che spiega perché la rappresentativa nazionale non sia stata allora un simbolo dell’identità nazionale, perché era la nazionale jugoslava. L’ultima volta che il calcio è stato parte di una sorta di processo di costruzione nazionale è stato quando la Stella Rossa ha vinto la Coppa dei Campioni diventando in quel momento la squadra rappresentativa della Serbia.

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Nella stagione 1990-1991 la Stella Rossa vinse la Coppa dei Campioni a Bari, nella finale contro l’Olympique Marsiglia.

Tornando a tempi più recenti, a livello internazionale è piuttosto diffusa l’associazione tra il calcio serbo e un certo tipo di violenza, conseguentemente ad alcuni rilevanti episodi, come quello avvenuto a Genova in occasione della partita tra Italia e Serbia il 12 ottobre 2010…

Nessuno sa effettivamente cosa è successo, per quello che so si è trattato di una sorta di battaglia interna. Alcuni tifosi, specialmente della Stella Rossa, avevano intenzione di creare incidenti per costringere qualcuno che era alla guida della Federazione Nazionale di calcio a dimettersi. I tifosi della Stella Rossa volevano per sé quella posizione, che garantisce potere e denaro, e lui era invece del Partizan, quindi fondamentalmente hanno usato il palcoscenico internazionale per una battaglia interna. La loro giustificazione ufficiale all’epoca fu reagire al riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte dell’Italia.

E questo è ancora un altro punto interessante, l’uso che i tifosi fanno della narrazione che riguarda il Kosovo. Al Marakana di Belgrado, uno stendardo ricorda ad ogni partita la Battaglia della piana dei Merli del 1389. Tale scritta venne esposta in quasi tutti gli stadi i giorni successivi al 17 febbraio del 2008, in cui il governo di Pristina dichiarò unilateralmente l’indipendenza del Kosovo. In quei giorni molte tifoserie serbe, unite ai partiti nazionalisti, affollarono il “confine” serbo-kosovaro con cortei, manifestazioni e scontri violenti con la polizia.

Si tratta solo di tipica retorica nazionalista, che non si tradurrebbe mai nella pratica. Nessuno di loro allo stato attuale partirebbe mai per combattere per questo. Si tratta di una posizione politica ereditata, e che costituisce il centro della loro identità politica conservatrice di destra e nazionalista, il che lo rende, se vogliamo, un simbolo vuoto, performante a livello linguistico ma non operazionale. Così come l’aderenza alla religione ortodossa fa costituzionalmente parte del loro orizzonte di pensiero, parte fondamentale e prescrittiva della loro identità. La situazione è stata ancora diversa nel caso del drone fatto volare sullo stadio durante la partita di qualificazione agli Europei tra Serbia e Albania, il 14 ottobre 2014.

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Belgrado, 14 ottobre 2014: durante la partita Serbia-Albania un drone con la bandiera della Grande Albania e una scritta inneggiante al ‘Kosovo libero’ sorvola lo stadio in segno di provocazione. Il calciatore serbo Mitrovic afferra i cavi e abbatte il velivolo. Partita sospesa.

Ecco, questo era il passo successivo… come interpreti quell’episodio?

Per me si è trattato di un segno di come ancora è possibile usare il calcio per questo tipo di manipolazioni, e quando si preme sul nazionalismo qualche volta le cose possono andare in modo inaspettato rispetto alle previsioni. In quel caso le cose si sarebbero potute mettere molto male, ma niente altro è accaduto perché la volontà politica era quella di calmare le acque, di contenere quello che sarebbe potuto succedere. Ed è interessante comparare quello che successe a Maksimir e questo episodio, perché a Zagabria nel 1990 gli eventi furono altamente strumentalizzati e le elite politiche hanno usato da una parte e dall’altra l’episodio per i loro scopi politici, per mostrare ai propri popoli cosa rappresentava l’avversario. Fu usato come una metafora, con l’aiuto anche dall’azione pressante e costante dei mezzi di comunicazione. Ma più recentemente la decisione politica è stata quella di sedare semplicemente la situazione.

Quindi la deriva violenta ha sempre qualche connessione con la politica?

In questi casi particolari non stiamo parlando della tipica violenza da stadio, in questi grandi eventi è sempre connessa con la politica, sempre organizzata. E le tifoserie qui in Serbia sono altamente organizzate, anche con una sorta di gerarchia militare. Qualsiasi cosa accada qui in questo ambito, soprattutto se di tali dimensioni, accade perché dietro c’è pianificazione e appoggio da parte di qualcuno dall’alto. Nessuno ha potere di iniziativa singola e autonoma. E credo che la connessione sia ancora molto forte. Tutto ciò che riguarda Arkan è abbastanza noto, e come ai suoi tempi, credo che la connessione con i servizi di sicurezza sia ancora molto attiva.

E la questione etnica ha un qualche ruolo in questo processo?

La gente non pensa a questo ora e credo che la connessione negli anni 90 fosse dovuta alla contaminazione con la politica e da quel momento possiamo quasi dire che questa connessione fa parte del capitale patriottico, e anche se non ci si presta attenzione, all’interno della tifoseria, ha assunto un grande potere simbolico. Da quando il tifo è diventato, negli anni 90, fortemente orientato etnicamente, non ha mai smesso di esserlo. Fondamentalmente l’identificazione avviene attraverso l’uso della categoria dell’etnicità, i tifosi considerano se stessi serbi, ortodossi, e solo quando parli di rivalità locali non parli di qualcosa di diverso, come avviene in Croazia. Non riesco ad immaginare una tifoseria diversamente orientata, anche se ci sono delle iniziative, come quella del Grobarski Trash Romantizam, movimento interno alla tifoseria del Partizan, che usa l’arte per creare connessioni con il Partizan, fanno un gran lavoro e sono molto divertenti, ma nessuno si sognerebbe mai di schierarsi apertamente a sinistra. Devi essere di destra, devi essere un serbo prima di tutto. Quindi se privatamente nutri idee differenti sai di non poterle esternare in quel contesto. Per non citare i diritti LBGT.

Già, stavo proprio pensando ai disordini che ci sono stati a Belgrado nel 2009, prima con l’assassinio di un tifoso francese Brice Taton e poi con le tifoserie locali che hanno osteggiato il Gay Pride a Belgrado. Quel periodo è stato interessante perché ha visto anche il sorgere di una protesta popolare contro la violenza esercitata in queste occasioni…

Si, l’ondata di protesta era più che altro collegata alla morte del ragazzo francese. Non vi era una gran consapevolezza riguardo i diritti LBGT, ma la cosa interessante è che quando il nostro primo ministro è salito al potere in qualche modo le violenze contro i Gay Pride non si sono più verificate. Credo che prima fossero inviati per creare disordini, alcune strutture avevano, e ancora hanno, influenze sulle tifoserie ma quando “loro” hanno deciso di porre un argine alle violenze innescate dalle reazioni al Gay Pride tutto è andato per il verso giusto. In passato potevano parlare di stato riluttante di fronte ai diritti LGBT, ora lo è ancora ma in modo diverso, ambivalente.

In occasione di quei disordini, e dopo le proteste popolare, vennero fatte dichiarazioni in merito alla volontà di cambiare la legge in modo da punire con più efficienza l’insorgere di episodi violenti e delittuosi da parte delle tifoserie. Da allora qualcosa è cambiato o no?

A parte effettivamente cambiare la legge, che non è affatto male e che è allineata alla legislazione presente in qualsiasi altra nazione europea. Il problema è che le persone responsabili non vengono perseguite, niente sta succedendo in questo senso. E soprattutto molto rumore c’è stato perché il ragazzo ucciso era francese, perché molte persone vengono ferite gravemente in questo tipo di incidenti, ma nessuno se ne cura. Di tanto in tanto si mette in piedi il teatrino delle accuse e delle risposte, ma niente cambia.

Ma in qualche modo la relazione tra calcio e politica è cambiata, in modo strutturale?

Non credo stia cambiando, fa parte di una struttura che non viene alterata. La mia opinione è che la politica serba non sia cambiata granché dagli anni ’90, ufficialmente certo è molto diversa e non siamo nella stessa situazione ma questo nazionalismo strutturale è ancora molto presente e forte, così come la connessione tra le tifoserie e la politica, forte come era in passato. Anche se non viene usata nello stesso modo, e con la stessa visibilità e frequenza, è ancora presente. E credo che questo tipo di nazionalismo possa essere uno strumento utile per qualsiasi tipo di governo, soprattutto in momenti di forte crisi, per ridirigere il malcontento popolare, contro un qualche nemico esterno, o percepito come tale. Sai di questa storia della guerra tra Ecuador e Honduras? Effettivamente la guerra cominciò dopo una partita di calcio e la tensione durante quella partita fu usata per preparare a quello che sarebbe successo dopo…

Una sorta di esercizio pratico…

Esatto, e credo che sia successo in qualche modo anche in occasione della partita tra Serbia e Albania, perché le persone erano piuttosto arrabbiate, erano preparate per fare qualcosa di concreto effettivamente, la tensione era veramente alle stelle. Ma si è trattato di una sorta di esercizio per mostrare che tutto poteva essere sotto controllo, utilizzare la violenza per dimostrare di essere in grado di contenerla.

Per concludere, cosa ne pensi della proposta di un campionato pan-jugoslavo?

Se ne sta parlando, sulla scia del modello adottato per la lega di basket esistente dal 2003 se non sbaglio, ma per quanto riguarda il calcio…si è possibile che accada ma non avrà delle ripercussioni sulla normalizzazione del calcio in Serbia a meno che non si intervenga sulla scarsa trasparenza e sull’alto livello di corruzione presente e sul coinvolgimento della criminalità. Il punto è come cambiare la struttura del sistema corrotto e sono abbastanza scettico in merito a questo. Sarebbe più stimolante avere un campionato di quel genere, ma il problema che abbiamo noi è presente anche negli altri paesi quindi il rischio è quello di allargare il sistema nella forma in cui tuttora è. Se non intervieni sul sistema niente può cambiare. E i club rimarranno solo vivai per giovani talenti, non interessati neanche a collezionare buoni risultati, perché non è quello che porta guadagno.

idjordjevicIvan Đorđević è membro dell’Istituto Etnografico presso l’Accademia serba delle scienze e delle arti. Ha conseguito laurea e dottorato presso il Dipartimento di Etnologia e Antropologia dell’Università di Belgrado. Ha pubblicato tre monografie e numerosi articoli scientifici. La sua ricerca è focalizzata sui temi dell’antropologia dello sport, della politica e della letteratura. Come risultato del focus sul campo dell’antropologia dello sport, ha pubblicato la monografia “Un antropologo tra i fan” (Biblioteka XX Vek, Belgrado 2015).

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