Balcanologia, la mitologia dei Balcani immaginari

Giornalisti, storici, analisti geopolitici; antropologi sociologi ed etnomusicologi; esperti di sviluppo economico, sociale e culturale; professionisti della cooperazione internazionale; imprenditori con discrete letture e scarsi capitali. E poi viaggiatori molto low cost, appassionati del cinema dei paesi ex socialisti, amanti di fanfare e timpani, nostalgici della Jugoslavia nati dopo la sua dissoluzione; innamorati di bellezze locali, paesaggistiche e femminili; cultori delle kafane e relativa mitologia, accaniti degustatori seriali di rakija loza linzura mastika, ghiottoni alla ricerca di cibo “autentico” e soprattutto in porzioni abbondanti e a costi contenuti; giovani o ex giovani più o meno persi alla ricerca di se stessi. Questa varia umanità, così parzialmente tratteggiata, si aggira nell’angolo sud orientale d’Europa spinta da varie esigenze e passioni, oppure ed anche per studio, lavoro, necessità materiali, latitanze sociali, opportunismi imprenditoriali o fughe esistenziali per poi ritrovarsi a essere accomunati o definiti quali “balcanologi”.

Ma cosa caratterizza il balcanologo? Ovviamente i Balcani. Ma cosa sono i Balcani? Un’entità geografica, un’idea, un’aspirazione, una nostalgia, un’illusione, un pregiudizio? Concetto recente nella storia del continente, sconta inevitabilmente per questo una certo alone di indistinto, entro il quale ognuno cala e adatta le proprie aspirazioni e i propri pregiudizi. I Balcani sono in realtà il territorio più immaginario di questo promontorio della Terra chiamato Europa. 

Come ho spiegato nell’articolo di questo gemello, mentre il balcanismo descrive la relazione di potere e di dominio che gli altri paesi d’Europa hanno instaurato con i paesi balcanici, la balcanologia potrebbe essere definita come la reazione sentimentale al balcanismo. Ecco allora che il balcanologo vive un’affiliazione emotiva con quel territorio chiamato Balcani, che per lui diventa uno stato della mente. 

Il balcanologo nutre una sincera passione per i suoi Balcani immaginari attraverso gli esempi che in letteratura, nel cinema, nella musica e nelle esperienze dirette o meno confermano il suo afflato per quei posti e quei popoli. Perciò, a differenza dei balcanisti più impegnati, il balcanologo non vuole redimere le genti balcaniche, non vuole portarle verso una civilizzazione “europea”, ma vuole tutelare e proteggere questa ancestralità, non importa se essa abbia in realtà solo pochi decenni di tradizione o sia il frutto degli stereotipi sviluppatisi durante le guerre degli anni Novanta. 

Il giudizio sull’arretratezza dei territori che condivide con i balcanisti diventa nel balcanologo non commiserazione supponente ma fascinazione simpatetica. Così i balcanologi raccontano di un territorio “antico” “leggendario”, “magico”, con popolazioni fiere, anomiche e dagli improvvisi scoppi di violenza ancestrale, di paesi abbandonati e di città immiserite, ma anche dove ritrovare la libertà interiore che la civilizzazione occidentale ha compromesso, una specie di “far west” inesplorato ad est dell’ordinata Europa centro-occidentale, dove sviluppare una dimensione della propria esistenza più autentica, originaria, ingenua in senso etimologico del termine. 

Non a caso il balcanologo vi dirà che Belgrado non è la vera Serbia, come Sofia non è la vera Bulgaria, Bucuresti non è la vera Romania e men che meno Skopije la vera Macedonia: la parte vera dei paesi risiederebbe nelle città periferiche e nelle aree rurali, perché la contemporaneità  omologante delle capitali fa svanire i Balcani che ama e della cui esistenza cerca continue conferme.  

Il balcanologo semmai sogna i Balcani come una specie di zoo antropologico all’aria aperta, dove nelle vallate più impervie scoprire contadine che cantano canzoni ataviche in abiti tipici, ritrovarsi in un matrimonio popolare con la fanfara rom, riconoscere nelle osterie più bieche i criminali reduci dalle guerre degli anni Novanta e magari berci arditamente assieme una bicchierino di rakija. 

Per il balcanologo gli anni Novanta non dovrebbero passare mai, in quanto allora si è avuta la concentrazione di tutta la mitologia balcanologica successiva: i rimpianti per il tramonto del socialismo, le privatizzazioni e i contrabbandi che arricchivano le persone in una notte, la criminalità padrona delle città e le leggi valide solo per gli ingenui e i poveracci, il lusso esibito e cafone che sfregiava l’impoverimento generale, l’immersione nelle notti caciarone e sensuali, le serate alcoliche tra colleghi giornalisti quando i Balcani ti portavano in prima pagina, i grandi progetti di cooperazione che hanno sistemato tanti professionisti dell’aiuto umanitario.

Per il semiologo urbano Mazzucchelli questi palazzi sventrati di fronte alla sede del governo di Serbia dovrebbero restare per sempre così.

Le città dovrebbero dunque rimanere immobili a contemplare la memoria di quegli anni: “Il bombardamento [del 1999] ha trasformato il Generalštab (NdA: il palazzo dello stato maggiore delle forze armate serbe) in una sorta di ‘monumento naturale’ di Belgrado”,“lo spazio del confronto e del conflitto tra il popolo serbo e la comunità internazionale”. Un perno che funziona come “una metaforica cicatrice urbana che in occasioni particolari si rimette a sanguinare” [sottolineato mio: nei Balcani mica solo le madonne, anche i palazzi arrivano a sanguinare!]; “l’idea che il Generalštab possa diventare un hotel di lusso mi mette a disagio, poiché significherebbe privare la società serba non solo di uno dei più notevoli esempi di architettura jugoslava, ma anche di un’opportunità preziosa di creare memoria culturale”, dichiarava cinque anni fa il semiologo urbano Francesco Mazzucchelli. Gli abitanti di Belgrado che passano ogni giorno davanti a un palazzo sventrato darebbero risposte ben diverse da queste elucubrazioni. E immaginiamo quale sarebbe stata la reazione se nel 1960 uno semiologo italiano avesse proposto ai tedeschi di non abbattere i palazzi distrutti dai bombardamenti alleati durante la seconda guerra mondiale ma di lasciarli in piedi come “memoria culturale”, “cicatrici urbane” da lasciar sanguinare in occasioni particolari… 

Ecco dunque una caratteristica tipica del balcanologo: la volontà di cristallizzare un territorio e una popolazione in una narrazione da cui non possono e non devono uscire. 

L’antropologo, il sociologo devono trovare per forza qualche comunità “arretrata” su cui sviluppare i loro studi per garantirsi una cattedra. L’economista di sinistra deve vedere confermata l’arretratezza economica a causa delle politiche neoliberiste. Lo storico mancato va alla ricerca dei monumenti titini ricostruendo una Jugoslavia mitica, in cui reperti modernisti si mischiano alle sue aspirazioni politiche ideali. Il cooperante internazionale spera nell’esplosione di qualche dramma sociale affinché vengano finanziati nuovi progetti per portare sollievo e sviluppo a popoli tanto sfortunati e arretrati. Il giornalista freelance o il corrispondente di lungo corso sperano in scontri di piazza, colpi di stato, assassini politici o storie agghiaccianti per poter piazzare qualche articolo o rimestare la narrazioni drammatiche che negli anni Novanta hanno garantito visibilità e il posto fisso. Il turista ardimentoso si avventura in queste lande selvagge, con pullman rappezzati che non passano mai (manco fossimo a Roma), una popolazione locale che parla idiomi incomprensibili e non una parola di inglese, con strade impervie e magari con indicazioni solo in cirillico. 

Eppure sono lande “magiche”, “incantate”, “fiabesche”, dalla storia antichissima e naturalmente travagliata, dove pullulano leggende stregonesche e aneddoti della mitografia comunista. 

La colonna sonora di questi percorsi nati su stereotipi alla ricerca ansiosa di conferme prevede trombe, timpani, vocalizzi misticheggianti e chitarre elettriche, una musica spesso ricostruita per venire incontro alle attese degli ascoltatori occidentali da musicisti dotati quanto furbi quali il serbo Goran Bregovic e il bulgaro Ivo Papasov, che poco a che fare con la musica che davvero si ascolta oggi nei Balcani. 

Certo, in Serbia il festival delle fanfare di Guca resta un appuntamento frequentatissimo da tanti stranieri, come anche il festival pop EXIT di Novi Sad e il festival jazz Nishville di Niš. In Bulgaria e Romania i festival estivi principali, quali l’Untold di Cluj Napoca o il Summer Well di Buftea o il Varna Beach sono dedicati all’elettronica e all’indie, non di certo ai cori o alle nenie per etnomusicologi improvvisati. 

Ma l’idea è che la musica dei Balcani debba essere per forza antica, primordiale, ma stridente con l’orecchio occidentale giusto quel poco per renderla passabile anche in radio. Così anche le radio italiane di sinistra, quando tratteranno dei Balcani, sceglieranno tendenzialmente di mettere in playlist la musica tradizionale sevdah di Amira Medunjanin piuttosto che la musica tradizionale tamburitza dell’amatissimo Zvonko Bogdan perché la prima è coerente con una certa rappresentazione esotica e orientaleggiante dei Balcani.

I Balcani idealizzati

 Ovviamente i giornalisti e gli studiosi di sinistra non possono presentare i Balcani se non come un paradiso perduto, con annessa nostalgia per i regimi comunisti dove, almeno in Jugoslavia, tutto era allegria, feste improvvisate per onorare gli stranieri di passaggio e contadini arcadici che suonavano i loro clarinetti al tramonto. Al paradiso perduto si oppongono gli anni Novanta, e un fondo di irrazionalità ancestrale li accomuna e li spiega entrambi.

Ecco un tipico balcanologo come Paolo Rumiz che scrive: “Potrei parlarvi di odio e scannamenti, di profughi e kalashnikov; dirvi di una terra lacerata con l’odio gelido della geopolitica. Invece no. Vi dirò dei suoni di un mondo inquieto, dell’acustica che nasconde l’anima dei suoi luoghi. La mia anima è piena di quelle frequenze…

In due righe ricorre due volte la parola odio. Al posto di omicidii meglio scannamenti che fa più Grand Guignol da violenza barbara e rurale. L’evocazione delle guerre degli anni Novanta è inevitabile, citando profughi e mitragliatrici. Naturalmente si tratta di un mondo inquieto e autentico, dove si ritrova l’anima e dove l’orientalismo è già annunciato dagli echi storici di Istanbul. 

E poi Rumiz parte per la tangente con la balcanologia più fantasmagorica: il belgradese che festeggia in strada una buona notizia creando dietro di sé un’allegra processione grazie alla rakija e all’ingaggio del complessino tzigano; la selva primigenia in Montenegro; il greco che spacca i piatti nella taberna; la zingara seducente e aggressiva;  le duecento (!) cornamuse che si danno convegno negli oggi disabitati Monti Balcani; i dervisci tra Albania e Bosnia; battellieri rumeni al contempo cantori e contrabbandieri. Lascio al lettore la lettura di un testo che è una summa di come anche una certa intellettualità di sinistra abbia ingabbiato i loro Balcani immaginari sempre sotto i canoni del magico, del fiabesco, dell’irrazionale.  

Eppure fa riflettere come questi Balcani immaginari affascinino anche la destra più estrema, sempre sulla base di quella autenticità ancestrale, mitopoietica, che sembra quasi speculare ai racconti nordici fondativi dell’immaginario del neofascismo contemporaneo. Un posto privilegiato in questa prospettiva lo riveste la Serbia, vista come un paese e un popolo che non si piega ai dettami dell’imperialismo globalista e baluardo ortodosso contro l’invasione islamica (tralasciando, per ignoranza, i miliardi di dollari che gli arabi stanno investendo proprio in Serbia). Non per nulla Casa Pound è in prima fila per aiutare gli “eroici” serbi del Kosovo, custodi dell’identità ortodossa in un mare di albanesi islamici. 

Anche nel recente tweet di Matteo Salvini dedicato alla malattia di Sinisa Mihajlovic i serbi (per estensione) sono guerrieri, onesti, leali e con senso dell’onore: attributi positivi certamente, ma dimostrati come?

Ma al balcanologo poco importa spiegare, perché per lui i Balcani sono un prisma in cui ciascuno riconosce i propri ideali, i propri sogni, le proprie illusioni. 

E così anche questa estate le vie e le città dei Balcani vengono attraversate da torme di aspiranti balcanologi, (riconoscibili dallo zaino ricolmo di ogni bene per affrontare carestie e calamità naturali), che si fermeranno a parlare con gli abitanti del posto alla ricerca della conferma dei loro pregiudizi; e il contadino del Banato, il pensionato di Bitola o la studentessa di Sofia risponderanno sorridenti alle loro domande, intuendo la loro condiscendenza e irridendo l’illusione di capire la fatica delle loro esistenze grazie a una settimana di viaggio, tre libri e due bicchierini di rakija. 

Biagio Carrano

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