Balcanismo: cosa è cambiato a vent’anni dall’analisi di Todorova

Due decenni dopo la pubblicazione del libro di Maria Todorova “Immaginando i Balcani”, le percezioni della regione rimangono influenzate dai pregiudizi.

Venti anni fa, mentre soffiava ancora il fumo sulle braci della guerra in Bosnia e Croazia, la storica bulgara Maria Todorova pubblicò “Immaginando i Balcani”. In questo lavoro seminale, Todorova esaminava dettagliatamente i modi in cui i Balcani sono stati percepiti e documentati per secoli, sia all’interno che all’esterno, e, più spesso, come l’anticamere un po’ brutale e incivile dell’Europa.

Todorova ha definito la costruzione di questo discorso “Balcanismo”, in omaggio all’Orientalismo coniato da Edward Said, un termine applicato alla copertura altrettanto esotica e altamente stilizzata dell’Oriente da parte di studiosi, scrittori e artisti occidentali.

La storica ha ripercorso la vita delle molte forme di balcanismo, attraverso l’analisi di fonti che vanno dalle cronache mercantili veneziane del XVI secolo, fino agli anni Novanta del New York Times e alle rappresentazioni serbe del XIX secolo.

Sebbene la copertura varia da nazione a nazione e attraverso il tempo, esiste un forte filone comune di condiscendenza verso i Balcani e il suo popolo.

Gli inglesi sono stati identificati come tradizionalmente meno impressionati dai Balcani: sebbene la ragione fosse in parte geopolitica, in quanto gli inglesi hanno sostenuto l’impero ottomano durante le guerre di indipendenza dei Balcani, le nozioni vittoriane di “civiltà” hanno anche svolto un ruolo, esse stesse radicate nelle teorie del darwinismo sociale, del razzismo scientifico e della superiorità coloniale.

Alla fine del XIX secolo, George Bernard Shaw urtò la sensibilità dei bulgari con il suo “Arms and the Man”, in cui raffigurava la gente del posto come ignorante e barbara. Mary Edith Durham, una britannica che ha viaggiato in tutta la regione alla fine del ventesimo secolo, ha descritto i serbi come “animali nocivi”, chiedendo a tutte le nazioni illuminate di sorgere contro “lo slavo balcanico” e il suo “infestato” cristianesimo.

Diversi resoconti di viaggio provenienti dalla stessa epoca avevano sottocorrenti razzisti, valutando il ricco mix di culture, lingue e etnie nella regione come aborribile. Anche quando i racconti stranieri erano positivi, fornivano una versione stereotipata dei locali come “nobili selvaggi”, spesso scadendo nella narrazione del “bianco salvatore”.

Anche dopo la Seconda Guerra Mondiale e la sensibilità aumentata sulla stereotipizzazione di nazioni e popoli interi, il Balkanismo persisteva.

Todorova notò con la massima attenzione che negli anni Novanta, un giornalista del New York Times dimenticò in qualche modo l’Olocausto in Europa occidentale ammonendo i Balcani per essere “l’unico posto in Europa” dove le persone potrebbero essere assassinate a causa di eventi accaduti secoli fa.

Mentre l’instabilità affliggeva la regione verso la fine del secolo scorso, la narrazione dei Balcani come intollerante e violenta riemerse, fino a che il giornalista americano e l’autore, Robert Kaplan, attribuì la colpa del nazismo ai Balcani, dichiarando che è dagli slavi meridionali che “Hitler ha imparato ad odiare così infettivamente”. Nonostante l’ira montante tra alcuni studiosi della regione, il lavoro di Kaplan è stato influente e ampiamente letto negli anni ’90.

A due decenni da “Immaginando i Balcani” e dal momento in cui la stabilità è tornata nella regione, vale ancora la pena di discutere di balcanismo?

Alcuni stati balcanici come la Croazia e la Bulgaria hanno già aderito all’UE, mentre altri sono in lizza come potenziali candidati. L’appartenenza è spesso percepita come un segno della civiltà, e anche in paesi non membri, i politici ribadiscono messaggi di tolleranza, stabilità e progresso favorevoli all’UE.

Personaggi chiave hanno sollevato l’interesse dei media occidentali – Edi Rama, Primo Ministro albanese, ha esposto quest’anno i suoi doodles alla Biennale d’Arte di Venezia, mentre Ana Brnabic, la Prima ministra gay di Serbia, è stata oggetto di grande attenzione a giugno.

Un recente sviluppo del turismo regionale stimolato da voli convenienti, alloggi e birra a buon mercato ha aumentato la familiarità. Milioni di turisti ogni anno vedono che i camerieri balcanici non sono più selvaggi di quelli delle città spagnole o delle località balneari britanniche. Diverse scene d’arte locali hanno manifestazioni annuali, al Sarajevo Film Festval, DokuFest a Prizren e al Trumpet Festival a Guca.

Tuttavia riferimenti gratuiti a guerra, violenza o povertà caratterizzano ancora una vasta gamma di articoli sui moderni Balcani – in particolare quelli che una volta costituivano l’ex Jugoslavia. I rapporti menzionano uomini violenti e donne ricoperte d’oro e affondante nel trucco.

Prima che la Bulgaria entrasse nel mercato del lavoro aperto nel 2014, i tabloid inglesi lavorarono instancabilmente per rappresentare i loro compagni europei come vagabondi che rubavano il lavoro.

L’anno scorso, in attesa del referendum per la Brexit, una serie di articoli ha avvisato gli elettori britannici delle implicazioni dell’allargamento dell’UE, suggerendo sistematicamente l’aumento della violenza.

Nell’aprile del 2016, il Sun ha pubblicato un articolo sull’adesione all’UE della Bosnia, con il titolo “Non lasciateli entrare”, descrivendo la Bosnia come un terreno fertile per gli estremisti, con le bandiere ISIS che sventolerebbero in tutto il paese, mostrando le foto dei jihadisti armati.

Sebbene il Sun sia difficilmente considerabile come la voce più auterevole nelle analisi di alto livello, le narrazioni dei balcanisti non sono limitate alla stampa dozzinale.

Un articolo dell’Economist, intitolato “Combattere e scagliare”, ha esaminato un libro sulla storia del Montenegro che ha lasciato l’autore a chiedersi se “i combattimenti e il saccheggi fossero preordinati dalla storia”, che i bisnonni della nazione avevano fatto prima di loro e i loro figli ancora”.

Anche nei circoli liberali, Melania Trump è sottoposta a stereotipi a causa delle sue radici slovene. Più di recente, la venerata Dame Helen Mirren ha esternato commenti su “l’anima slovena scura di Trump”, mentre Joy-Ann Reid, ha usato l’eredità jugoslava della consorte di Donald Trump come “prova” della sua vicinanza alla Russia .

A parte le celebrità, anche coloro che hanno familiarità con la regione affondano occasionalmente nelle acque del Balcanismo. Non ho potuto trattenere una smorfia dopo aver letto un recente articolo pubblicato da Balkan Insight da parte di uno scrittore da tempo coinvolto nella regione, che definiva gli uomini serbi come “bestie mitiche” mentre discuteva l’ossessione delle donne serbe per il make-up.

Oltre ad essere negativo e intellettualmente pigro, il balcanismo internazionale purtroppo ha conseguenze nel mondo reale: la condiscendenza e l’ignoranza si producono in interazioni personali banali.

Il balcanismo genera il peggior tipo di turista, il tipo che dopo aver letto un libro e aver trascorso qualche giorno nella regione “chiarisce” la storia e la politica ai locali.

Inoltre consente alle persone, altrimenti educate, di chiedere regolarmente a giovani residenti se odiano i loro vicini o se le loro famiglie sono nella mafia.

Come tutti gli stereotipi, disegna infinite sfumature e storie individuali attraverso spesse e larghe pennellate. Le persone nei Balcani devono lavorare duramente per mostrare che la loro parte del mondo, nonostante tutti i suoi difetti, è ancora degna di rispetto e comprensione.

Tuttavia, questo tipo di balcanismo straniero può essere abbinato e superato da quello che viene perpetuato nei Balcani stessi. Il balcanismo domestico si manifesta nella vilificazione regionale del termine “i Balcani”. Le persone insistono sulla loro appartenenza all’Europa Centrale e proiettano periodicamente stereotipi negativi sui loro vicini, con i quali condividono una storia e buoni frammenti della loro cultura.

Circoli liberali serbi regolarmente individuano nella “mentalità balcanica” il motivo per i nostri mali.

Tradizionalisti spesso indossano lo stereotipo come un badge per giustificare il machismo e il jingoismo, e turismo aumentato significa aumentare le opportunità di commercializzare l’identità attraverso “esperienze”, come l’ubriacarsi di rakija o gli umiliani safari nelle baracche dei rom.

Purtroppo, il Balkanismo sopravvive perché è troppo utile. Come Herman von Keyserling, saggista tedesco, ha scritto (parafrasando Voltaire): “Se i Balcani non esistessero, sarebbero stati inventati”.

Todorova ha ipotizzato che per i Balcanisti stranieri, la regione funge da tela su cui trasporre le proprie preoccupazioni, siano esse quelle relative alla povertà, alla violenza o all’intolleranza. Oppure, può essere usata per coprire tutti gli aspetti della cultura domestica di qualcuno che potrebbero essere sovversivi per l’ordine del giorno, con cui probabilmente non vogliono confrontarsi.

Purtroppo, da quando diverse crepe hanno cominciato a palesarsi nell’attuale ordine democratico liberale, dal caos della Brexit a Charlottesville, il balcanismo potrebbe scomparire, ma non perché i Balcani diventano più “occidentali”, ma perché “l’Occidente” si rende conto di essere più “balcanico”.

(Balkan Insight, 15.09.2017)

http://www.balkaninsight.com/en/blog/westsplaining-the-balkans-09-11-2017

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