Balcanismo, l’immagine europea dei Balcani

Un’analisi della mentalità balcanista, che, in qualche modo, tutti ci portiamo dentro quando pensiamo ai Balcani. 

Una premessa che è quasi uno spoiler: se volete leggere qualcosa di più leggero andate subito all’articolo gemello dedicato alla balcanologia. E se proprio ci tenete a leggere anche questa indagine allora devo subito abusare della vostra pazienza proponendo la distinzione tra balcanismo e balcanologia. (per alleggerire il testo, alcune note esplicative sono riportate al termine e indicate con il cerchietto °)

Il balcanismo come dispositivo di potere 

Il balcanismo si ispira al classico libro di Edward W. Said “Orientalismo”°. In esso lo studioso arabo-statunitense ha dimostrato come il “discorso”, politico ed accademico, su un territorio e i suoi abitanti si inscrive sempre in una relazione di potere asimmetrica tra chi scrive, studia, descrive, rappresenta e i soggetti rappresentati da queste attività. Così abbiamo avuto la costruzione degli stereotipi occidentali sull’Oriente°° (soprattutto, nel libro di Said, sul Vicino Oriente) che giustificavano il colonialismo e poi il neocolonialismo delle potenze occidentali. Sulla scia degli studi di Said, il testo di riferimento per quanto riguarda i Balcani è quello di Maria Todorova “Imagining the Balkans”, in cui la studiosa bulgara ricostruisce il balcanismo dei paesi maggiori  europei verso quella parte del continente, ovvero la rappresentazione dei Balcani come ambiente primordiale dal punto di vista fisico e ancestrale da quello sociale, per questo economicamente arretrato, con popoli vittime e retaggio del retrivo dominio ottomano e per questo con culture tendenzialmente altre rispetto alla quelle forgiate dalla latinità cattolica e all’illuminismo centro-europeo.

Come nel caso dell’orientalismo, il balcanismo parte dalla constatazione del ritardo economico locale fino ad attribuirlo addirittura a un ritardo nell’evoluzione antropologica degli abitanti (Said, pag. 204). 

La cultura diversa, l’altro rispetto al canone dell’Europa centrale, viene subito derubricata come inferiore, bisognosa di aiuto e di comprensione sussiegosa, come anche di ortopedia sociale e culturale, attitudini che nascondono nient’altro che una volontà di dominio neocoloniale, messa in atto negli ultimi 150 anni con azioni militari dirette o indirette, sostenendo le élite locali più disposte a recitare questo rapporto subordinato, facendo pesare, in maniera più o meno surrettizia, il peso geopolitico degli stati europei più potenti rispetto alla debolezza degli stati balcanici per farli rimanere nella loro condizione di inferiorità e dipendenza. 

I Balcani sono l’unico territorio d’Europa dove le potenze continentali (Germania, Francia, Inghilterra, Russia) hanno applicato modelli interpretativi e di intervento tipici delle loro politiche coloniali fuori dal continente. Non credo sia un caso che l’unico periodo di stabilità della regione in età contemporanea sia stato durante la guerra fredda, quando un unico stato si estendeva su quasi tutti i Balcani occidentali con una sua politica estera autonoma.

Il balcanismo non è solo un’attitudine razzista, come superficialmente si potrebbe pensare. Il balcanismo è una rappresentazione complessiva dell’altro che può sviluppare un’ampia gamma di atteggiamenti: da paura o disprezzo, quindi distanza, fino a commiserazione per tale arretratezza e simpatia per gli aspetti sociali più folcloristici. Inoltre, il balcanismo è un dispositivo di potere e di sapere°°°, che definisce il modo in cui un territorio viene conosciuto e il modo in cui ci si relaziona a un popolo. Soprattutto, tale dispositivo costituisce anche le modalità con le quali il soggetto descritto si autorappresenta, finendo per introiettare gli assunti della stessa relazione di potere. 

Come spiego nel testo ad esso dedicato, la balcanologia è invece una reazione sentimentale al balcanismo, che nasce da una fascinazione proprio verso quegli aspetti che il balcanista ritiene indici di arretratezza, per una sorta di afflato verso i soggetti ritenuti, a torto o a ragione, primigeni, irregolari, anomici. Un atteggiamento indulgente che sconfina nella mitizzazione e che crea un altro tipo di rappresentazione irrealistica di un popolo. 

La costruzione del dispositivo balcanista

Durante il dominio ottomano scompaiono dalle mappe europee le vecchie denominazioni geografiche che ripartivano l’area. Il termine generico turco Balkan (montagna, riferito in origine al monte Emo in Tracia, tra le attuali Serbia e Bulgaria) viene esteso gradualmente per rappresentare le regioni della Tracia, della Macedonia della Dacia, della Moesia, e così via,  indice di una generica indifferenza rispetto ai territori e ai popoli che restavano come nascosti dietro l’espansionismo turco. Tra il XVI e XIX secolo i Balcani scompaiono dalle priorità dell’agenda politica di molti paesi europei, fatta eccezione per gli Asburgo, Venezia e la Russia. 

Bosniaci in abiti da cerimonia, inizio Novecento.

La questione balcanica, e quasi la riscoperta dei popoli europei sudditi della Sublime Porta, riemerge nell’Ottocento, con il progressivo disfacimento dell’impero ottomano, promosso e indirizzato dalle potenze europee in base ai principi politici allora preminenti: colonialismo e Stato-nazione. A partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento si sviluppa il dispositivo balcanista tuttora dominante, il quale rappresenta i popoli dell’area come socialmente arretrati, umanamente primordiali e quindi bisognosi del sostegno delle potenze straniere per poter evolversi e raggiungere il livello di civilizzazione del resto d’Europa. 

Ecco solo alcuni esempi di rappresentazione dei popoli balcanici, alcuni tratti dell’ampia trattazione della Todorova:

a) Il funzionario del British Relief Fund H.N.Brailsford, che operava nei Balcani dopo la soppressione della rivolta in Macedonia del 1903, esprimeva una condanna senza appello: “There is little to choose in bloody-mindedness between any of the Balkan races – they are all what centuries of Asiatic rule have made them”.

b) Nel 1909 l’antropologa autodidatta Mary Edith Durham scriveva che i serbi sono incapaci di moderazione e che un “referente” le aveva detto che l’uomo balcanico, fosse egli greco, bulgaro, albanese, cristiano o musulmano, “era in grado solo di amare od odiare”. Per la Durham i popoli balcanici non avevano un livello di sviluppo superiore alle tribù primitive: “Its raw, primitive ideas, which date from the world’s wellspring, its passionate strivings, its disastrous failures, grip the mind; its balze of colour, its wildly magnificient scenery hold the eye”, nei passaggi più indulgenti, la Durham ricorda che le brutalità di cui questi popoli sono capaci derivano dal Medioevo e dall’estrema povertà. 

c) Anche al di là dell’Atlantico John Gunther nel libro Inside Europe manifesta nel 1938 il disprezzo per i problemi che creano i popoli balcanici alla pace in Europa e nel mondo a causa delle loro tare ereditarie e la loro arretratezza: “It is intollerabile affront to human and political nature that these wretched and unhappy little countries in the Balkan paeninsula can, and do, have quarrels that cause world wars. Some hundred and fifty thousand young Americans died because of an event in 1914 in a mud-caked primitive village, Sarajevo. Loathsome and almost obscene snarls in Balkan politics, hardly intelligible to the Western reader, are still vital for the peace of Europe, and perhaps the world”.

d) Non possiamo non citare “Black Lamb and Grey Falcon” di Rebecca West, pubblicato nel 1941: “Violence was indeed all I knew of the Balkans,’ writes Rebecca West, ‘all I knew of the South Slavs. And since there proceeds steadily from the southeastern corner of Europe a stream of events which are a danger to me, which indeed for years threatened my safety and deprived me forever of many benefits, that is to say I know nothing of my own destiny. 

e) In tempi più recenti c’è chi non ha esitato ad attribuire ai Balcani pressoché tutti i mali d’Europa, compresa la nascita del nazismo, come Robert Kaplan in Balkan Ghosts: “Nazism, for instance, can claim Balkan origins. Among the flophouses of Vienna, a breeding ground of ethnic resentments close to the southern Slavic world, Hitler learned how to hate so infectiously”. 

L’olocausto addirittura come conseguenza dell’odio che dai Balcani risaliva fino a Vienna? Perché invece non assumere che il nazismo non è stato un momento di imponderabile follia nella storia del razionale popolo tedesco, ma qualcosa che risaliva almeno alle elaborazioni di Fichte sulla superiorità originaria del popolo tedesco rispetto agli altri? Ma per i balcanisti, siano essi giornalisti, accademici o diplomatici, è inconcepibile applicare i principi della razionalità politica a territori dove prevarrebbe inevitabile una irrazionalità primitiva. Ecco che si vengono a creare tutte le condizioni per definire una razza e definirla come inferiore, così da aprire la strada a tutta una serie di opzioni politiche e sociali: dalla cooperazione umanitaria fino allo sterminio di massa. 

Come sintetizza la Todorova: 

What is at stake is the specific character of the perpetrated violence. With all professed and sincerely felt aversion against the atrocities of World War II, especially the Holocaust, these are seen as extreme aberrations and not typical consequences of the otherwise rational, liberal, and predictable polity of the West. The present Yugoslav atrocities (NdA: la Todorova scrive negli anni Novanta), and in general Balkan atrocities, on the contrary, are the expected natural outcomes of a warrior ethos, deeply ingrained in the psyche of Balkan populations. Balkan violence thus is more violent because it is archaic, born of clan societies, whose archaic forms reveal the “disharmonic clash between prehistory and the modern age.”  This argument seemingly takes into account environmental factors (mountainous terrain), economy (sheep and horse raising), social arrangements (extended families, clans, tribes) to explain the creation of a cultural pattern” (Todorova, pag. 137). 

Forme di violenza simili vengono interpretate alla luce di schemi interpretativi estremamente diversi perché si è venuto a creare, attraverso innumerevoli stratificazioni funzionali anche a espliciti interessi geopolitici, un modello interpretativo balcanista dei popoli dell’area, un frame°°°° direbbe Erving Goffman, uno schema interpretativo che diventa senso comune, in base al quale la realtà finisce per essere modellata grazie bias confermativi funzionali a interessi di potere e di controllo. 

Il balcanismo agisce a tutti i livelli della società: l’incolto dirà che nei Balcani sono tutti zingari (ovvero esseri inferiori), l’analista politico evidenzierà l’instabilità dell’area e i ritardi della sua cultura democratica; il sociologo dovrà ricordare che i problemi che creano gli immigrati provenienti da questa parte d’Europa  sono ampiamente bilanciati dai lavori che essi accettano di espletare; l’imprenditore giustificherà i bassi salari e le condizioni di lavoro che impone con l’incapacità di queste persone a lavorare come nel suo paese d’origine; il politico centro-europeo spiegherà che i (pochi) soldi che richiedono i Balcani servono per mantenere la stabilità del continente. 

In tutti questi casi il problema è l’”altro”, giudicato su parametri che non appartengono alla sua cultura, che non conosce perché spesso non gli sono stati spiegati e dunque posto in una condizione di minorità rispetto al suo interlocutore. 

Il balcanismo definisce una relazione di potere asimmetrica dalla quale non intende far uscire la parte più debole, nonostante spesso i balcanisti professino esattamente l’opposto. L’approccio balcanista tende dunque al controllo e all’indirizzo, sulla base del presupposto che da soli queste persone e questi popoli non sarebbero in grado di scegliere per il loro meglio. 

È ovvio che se si applicano i metri di giudizio in campo sociale, politico ed economico raffinati in altri paesi da decenni o secoli di pratica, l’”altro”, sia esso medio-orientale, africano o balcanico, uscirà sempre con un giudizio di insufficienza o di inadeguatezza. 

La criminalizzazione della povertà materiale

Un altro tipico caso di approccio balcanista è il ritardo economico attribuito a tare sociali e antropologiche. Ma tale ritardo non deriva dai supposti limiti di una specifica “razza”. Sin dall’antichità, le catene montagnose non hanno consentito lo sviluppo di grandi assi di comunicazione a nord della via Egnatia. Inoltre la pianura pannonica, che si estende nella parte settentrionale, ha consentito un agevole accesso all’area da parte di tutti i popoli che da nord e da est arrivavano per insediarvisi o per razziarla.

Le regioni militari bizantine in Europa sud orientale nel sesto secolo d.C.

Come ha rilevato Branko Milanovic in un suo post, queste caratteristiche geografiche non hanno favorito lo sviluppo di grandi città per centinaia di anni: quelle fondate da romani e bizantini erano lo sviluppo di avamposti militari, fatto che spiega perché in quest’area sono nati tanti futuri imperatori tra il terzo e il quarto secolo dopo Cristo. Inoltre i popoli slavi che si insediarono nel medioevo non avevano una cultura urbana (come in occidente, i centri culturali erano i monasteri e non esistevano università, istituzione tipicamente urbana); infine gli ottomani non avevano altro interesse che ricavare dall’area prodotti alimentari, bestiame, tasse e uomini da avviare al servizio militare.

Mappa di Belgrado nel 1905.

A metà Ottocento Belgrado e Sofia registravano poco più di ventimila abitanti che si erano triplicati a inizio del nuovo secolo, quando la metropoli dell’area Bucuresti arrivava a 280,000 abitanti, mentre Roma ne registrava 420,000, Napoli oltre 600,000, Milano circa 550,000, Berlino quasi 2 milioni e Parigi oltre 3 milioni.

Dunque popolazioni multietniche e ancora più rurali che nel resto d’Europa (allora come oggi), con una limitata società civile urbana. La fuoriuscita di questi popoli dal dominio ottomano fu sostenuta dalle potenze europee promuovendo il modello allora trionfante dello Stato-nazione, modello che presupponeva una società civile urbana evoluta assieme una alta omogeneità di etnia, lingua, cultura e religione: aspetti ben distanti dal paesaggio umano e culturale che emergeva dopo la dominazione ottomana. All’epoca uno stato multietnico nei Balcani era fuori dalla discussione perché l’antagonista era proprio il modello multietnico ottomano e anche perché questo avrebbe innanzitutto posto la questione dell’unificazione dei popoli slavi con il predominio serbo che tanto inquietava gli Asburgo. Dunque  ci si volse verso la creazione di piccoli stati nazionalisti, pesantemente condizionati dalle potenze europee di riferimento. D’altra parte nell’epoca del trionfo del colonialismo perché pensare a una reale autodeterminazione dei popoli e perché, nell’epoca dei nazionalismi, immaginare entità statuali multietniche?

Chi ha balcanizzato i Balcani?

Con la fine della guerra fredda, gli anni Novanta hanno celebrato il trionfo del balcanismo. Il collasso economico e socio-politico seguito al crollo dei regimi comunisti in Albania, Bulgaria e Romania, ma soprattutto la guerra tra croati, bosgnacchi e serbi sembrava essere la prova più patente della validità del dispositivo balcanista. Anomia sociale, criminalità intrastatale e una vera e propria guerra civile e interetnica pongono i Balcani come il grande problema per l’Europa “civilizzata”, ovvero la Comunità europea e i paesi scandinavi, senza dimenticare gli interessi della NATO. 

Non è il caso né vi è lo spazio per ripercorrere in maniera critica e non banalizzata le vicende, ma uno dei fini di questo testo è proprio quello di riflettere se proprio l’Europa civilizzata non abbia scientemente promosso e previsto anche le conseguenze tragiche di certe sue scelte al fine di procedere a un processo di scomposizione e ricomposizione dell’area in funzione degli interessi dei suoi vari stati, spesso in forte conflitto tra loro. Se, insomma, il balcanismo non sia stato usato come una colpevolizzazione razzista dei popoli balcanici per esonerare i governanti e i politici europei dalle loro responsabilità strettamente politiche. 

Uno degli alfieri del balcanismo come Robert Kaplan ha valutato le guerre nell’ex Jugoslavia come esempio del collasso dello Stato-nazione, quando invece esse sono state proprio il mezzo per creare degli Stati-nazioni su base fortemente etnica in opposizione al modello federativo, multietnico e multireligioso della Federazione jugoslava. 

Il balcanismo funziona ancora?

E oggi? Il dispositivo balcanista è, indubbiamente, ancora dominante nel vecchio continente: la retorica del “fare i compiti a casa” è quanto di più disciplinare e ortopedico possa essere detto nei confronti di un popolo, il quale potrebbe rispondere ponendo in questione chi ha deciso quali compiti vanno fatti, quando, e se quei compiti a casa siano i più adeguati alla crescita di quel popolo oppure non siano più funzionali agli interessi di chi li assegna che a quelli di chi li deve completare. Non declina l’attitudine a valutare l’Europa sud orientale come l’area da cui endogenamente verrebbe prodotta l’instabilità che il resto d’Europa è costretto ad affrontare e contenere. 

In un continente le cui élite politiche dominanti orgogliosamente rivendicano la loro dimensione transnazionale e globalista, i Balcani vengono ancora tenuti legati alla dimensione dello Stato-nazione e si promuove la costruzione di nuovi Stati-nazione (Kosovo), la cantonalizzazione su base religiosa (Bosnia, quasi il ritorno al cuius regio, ius religio), le scissioni all’interno della medesima religione (la recente rottura tra chiesa ortodossa serba e montenegrina), piuttosto che la convivenza interetnica e religiosa. 

Questo modello balcanista di stampo ottocentesco che gli stati europei globalisti ancora promuovono nei Balcani ha oggi due nemici: da una parte i nuovi attori globali che non richiedono di fare alcun “compito a casa” per garantire investimenti, alleanze e lealtà di vario tipo; dall’altro lo stesso nazionalismo, riemerso oggi sotto le spoglie del sovranismo, che viene naturalmente esaltato dallo Stato-nazione. 

Appare chiaro come il dispositivo balcanista europeo oggi è sempre meno capace di interpretare e indirizzare i paesi balcanici, in uno scenario internazionale multipolare dove gli attori interessati a questa parte d’Europa si sono moltiplicati. 

Si dovrebbero perciò elaborare nuovi approcci per superare questo dispositivo che ha portato nell’area molte delle idee che hanno promosso o giustificato violenze, guerre o arbitrii e avere il coraggio politico di trattare da pari i popoli e gli stati balcanici, nonostante i loro evidenti ritardi, offrendo loro non una mera prospettiva, ma una realtà di integrazione effettiva. 

L’alternativa potrebbe essere a breve quella che da sempre alligna in questi territori, il nazionalismo, ma acuito dai fondi e dalla moderna propaganda dell’internazionale sovranista, e con la proliferazione di nuovi staterelli nazionalisti, balcanizzando ulteriormente i Balcani e questa volta di certo non per colpa dell’ignavia dei popoli balcanici.

Biagio Carrano

 

Note 

° Said utilizza strumenti di analisi antitetici (dallo strutturalismo antiumanista di Michael Foucaldt allo storicismo marxista di Gramsci) per rispondere a una domanda: quali sono i meccanismi mentali con i quali rappresentiamo un territorio e una cultura diversa dalla nostra? Come costruiamo i “dispositivi” culturali di potere che giustificano il nostro approccio e lo rendono ai nostri occhi naturale

°°”L’orientalismo è il distribuirsi di una consapevolezza geopolitica entro un insieme di testi poetici, erudìiti, economici, sociologici, storiografici e filologici; ed è l’elaborazione non solo di una fondamentale distinzione geografica (…), ma anche di una serie di “interessi” che, attraverso cattedre universitarie e istituti di ricerca, analisi filologiche e psicologiche, descrizioni sociologiche e geografico-climatiche, l’orientalismo da una lato crea, dall’altro contribuisce a mantenere. (…) esso è anche una certa volontà o intenzione di comprendere  – e spesso di controllare, manipolare, persino assimilare – un mondo nuovo, diverso, per certi tratti alternativo. Soprattutto, l’orientalismo è un discorso che in nessun modo può essere considerato la mera traduzione di una rozza politica di forza, ma si è costituito in presenza confronto impari con varie forme di potere: potere politico, rappresentanti nella forma più pura da istituzioni coloniali o imperiali; potere intellettuale, per esempio istituti di ricerca e patrimoni di conoscenze in campi quali la linguistica comparata, l’anatomia e le scienze politiche; potere culturale, sotto forma di ortodossie e canoni di gusto, sistemi di valori e stili di pensiero; potere morale, costituito da nozioni generali su ciò che “noi” possiamo fare e capire, e “gli altri” non riescono a fare, o capire, quanto “noi”. 

°°°Ecco come il concetto di dispositivo è stato recentemente sintetizzato da Giorgio Agamben: “a) è un insieme eterogeneo, che include virtualmente qualsiasi cosa, linguistico e non-linguistico allo stesso titolo: discorsi, istituzioni, edifici, leggi, misure di polizia, proposizioni filosofiche, ecc. Il dispositivo in se stesso è la rete che si stabilisce tra questi elementi. b) Il dispositivo ha sempre una funzione strategica concreta e si iscrive sempre in una relazione di potere. c) Come tale, risulta dall’incrocio tra relazioni di potere e relazioni i sapere”.

°°°°La realtà risulta sempre incorniciata, situata e precompresa, non in modo statico, definitivo e univoco ma in modo dinamico e complesso. L’incorniciatura o l’inquadramento (framing) non è tanto struttura in senso tradizionale, bensì è framework, cioè uno schema organizzativo che ci guida nella definizione della situazione e permette la selezione. Il frame (cornice) orienta la comprensione dei messaggi e indica quale tipo di ragionamento impiegare per l’interpretazione”.

Note bibliografiche 

Edward W. Said, Orientalismo, Feltrinelli, 1999 (prima edizione inglese 1978)

Maria Todorova, Imagining the Balkans, Oxford University Press, 2009 (prima edizione inglese 1999)

Giorgio Agamben, Che cos’è un dispositivo?, Nottetempo, 2006

Michael Foucauldt, Nascita della biopolitica – Corso al Collège de France 1978-1979, Feltrinelli, 2004

Eric J. Hobsbawn, Nazioni e nazionalismo dal 1780, Einaudi 2002 (prima edizione inglese 1983)

Erving Goffman, Frame Analysis: An Essay on the organization of the experience, Nortwestern University, 1986 (prima edizione inglese 1972)

Rebecca West, Black Lamb and Grey Falcon, Penguin Books, 2007 (prima edizione inglese 1941) 

Robert Kaplan, Balkan Ghosts: A Journey Through History, Picador, 2005 (prima edizione inglese 1993) 

Božidar Jezernik, Europa selvaggia. I Balcani nello sguardo dei viaggiatori occidentali, EDT, 2010

Branko Milanovic, Why the Balkas are underdeveloped? A geographical hypothesis, sul suo blog “Global Inequality”, maggio 2018, http://glineq.blogspot.rs/2018/05/why-wereare-balkans-underdeveloped.html?m=1

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