Balcani occidentali: cosa cambia con la presidenza di Trump

I Serbi possono essere rallegrarsi per la vittoria di Donald Trump, ma cambiamenti sostanziali nelle relazioni tra i paesi della regione dei Balcani occidentali e gli Stati Uniti appaiono improbabili.

Alle ore 23 i risultati pervenuti vedevano Hillary Clinton sopravanzare il candidato repubblicano, seppur con uno scarto abbastanza ristretto. Questo quanto registravano gli ospiti del party organizzato in occasione dell’Election Night presso l’hotel Crown Plaza a Belgrado, dall’Ambasciata degli Stati Uniti in collaborazione con una ONG locale, il Centro per il dialogo sociale e le iniziative regionali. Il party si è protratto sino a mezzanotte e i convenuti hanno discusso delle loro aspettative, tentando di pronosticare il risultato finale di quella che può essere definita come la più brutale e agguerrita, e a tratti incivile, campagna elettorale nella moderna storia degli Stati Uniti. Inizialmente i pronostici avevano dato per favorita Hillary Clinton, la quale poteva contare sul voto entusiasta della popolazione di origine ispanica e dell’elettorato femminile.

I risultati finali delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America hanno invece decretando il successo di Trump che si è aggiudicato almeno 290 grandi elettori mentre Hillary Clinton si è fermata a 218. Una vittoria incredibile, sbalorditiva e sconvolgente, per citare solo alcuni dei titoli con cui i siti di informazione americani hanno commentato la notizia.

Ma nei Balcani tale esito è stato accolto con favore, quanto meno dalla maggior parte della popolazione serba e dai serbi della Repubblica serba di Bosnia, tra cui la prima donna ad essere stata candidata da un grande partito alla presidenza viene considerata ancora come il simbolo vivente della campagna di bombardamenti NATO che fu voluta nel 1999 dal marito, 42° Presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton.

Meno entusiasti del magnate miliardario che presto si trasferirà alla Casa Bianca sono gli albanesi del Kosovo, che devono la loro indipendenza (ancora contestata dalla Serbia) ai Clinton. All’ex presidente è stata persino intitolata una via a Pristina, capitale del Kosovo, insieme ad una statua a grandezza naturale (per quanto riguarda Hillary, una boutique alla moda porta il suo nome). Anche i bosniaci e i musulmani di Bosnia-Erzegovina avrebbero preferito la candidata democratica nella speranza che questo avrebbe determinato la ridiscussione degli accordi di Dayton del 1995 e posto un freno alle idee secessioniste della Repubblica Serba.

Mentre la vittoria di Trump di sicuro costituisce motivo di turbamento per molti degli alleati americani, considerando che molte delle sue affermazioni presuppongono e promettono una sorta di revisione degli attuali obblighi degli Stati Uniti, una cosa è certa: i Balcani non saranno di certo l’obiettivo primario della politica estera degli Stati Uniti. Trump e il nuovo Segretario di Stato saranno impegnati a districare il caos in Medio Oriente, stabilizzare i rapporti con la Russia, arginare l’ascesa della Cina e così via. 

I fondamenti della politica estera statunitense nella regione dei Balcani rimarranno probabilmente invariati: l’indipendenza del Kosovo non sarà revocata, in quanto considerata come completamento della disgregazione della ex Jugoslavia e soluzione molto più stabile rispetto ad un Kosovo regione della Serbia abitato da albanesi non cooperativi. La Serbia invece continuerà ad essere incoraggiata nel suo cammino di adesione all’Unione europea, a proseguire il processo delle riforme e il dialogo in vista della normalizzazione della relazione con il Kosovo, e a resistere alle pressioni da parte di Mosca per attirarla nella sua sfera di influenza. Nel frattempo, la possibilità di aderire alla NATO, che rappresenta una questione molto delicata e fautrice di divisioni nella sua politica interna, può rimanere in sospeso. 

Il resto della regione può aspettarsi più o meno lo stesso scenario: nuovi tentativi di riorganizzare il sistema politico altamente disfunzionale della Bosnia, un ulteriore sostegno al Montenegro nel formalizzare l’adesione alla NATO e consolidare il proprio divorzio dalla Russia, in particolare dopo il fallito tentativo (cui i dettagli continuano ad emergere) di sabotare le elezioni e di arrestare o addirittura uccidere il primo ministro, Milo Djukanovic.

Bisogna inoltre considerare un altro fattore in gioco nei Balcani: il ruolo delle emozioni nel giudicare sia gli amici stranieri che i nemici percepiti è molto più sentito che altrove. I Balcani in generale non hanno sviluppato una comprensione del concetto di “Frenemies“, secondo cui i nemici di ieri possono trasformarsi negli amici di oggi. Inoltre la politica estera americana prevede innumerevoli negoziati tra le sue istituzioni statali prima di essere varata e in virtù di questo meccanismo non può essere facilmente modificata. Non c’è quindi da aspettarsi alcuna inversione di tendenza, anche con Donald Trump al timone.

(BalkanInsight, 09.11.2016)

http://www.balkaninsight.com/en/article/don-t-expect-balkan-u-turns-from-trump-presidency-11-09-2016

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