All’ombra del Cremlino: soft power in Serbia

Il CEAS (Centro per gli studi euro-antlatici), ha condotto, tra l’autunno del 2015 e la primavera del 2016, una ricerca sugli strumenti ed effetti del soft power esercitato dalla Russia in Serbia. Risultato della ricerca, sviluppata nell’ambito del progetto “Reform of the security sector in Serbia and integration”, è il rapporto “Eyes wide shut. Strengthening of the Russian soft power in Serbia – Goals, instruments and effects”, pubblicato nel maggio 2016 e ora disponibile in traduzione inglese. La prima parte del titolo intende richiamare l’attenzione sulle responsabilità che i responsabili politici occidentali, di fronte alla crescente influenza esercitata dal Cremlino nel contesto serbo, avrebbero nel non saper fornire una risposta adeguata, accontentandosi piuttosto di “abbassare i loro standard sperando di attirare in questo modo la Serbia nella loro orbita”. 

Il concetto di soft power nella definizione elaborata per la prima volta dal professor Joseph Nye, si riferisce alla capacità di realizzare i propri scopi attraverso metodi che siano non coercitivi quanto piuttosto persuasivi e attraverso strumenti alternativi rispetto alla tradizionale diplomazia. Nel quadro delle relazioni diplomatiche russe, la Serbia assume una duplice importanza strategica in quanto sia territorio in cui dispiegare strategie di competizione con gli altri attori globali e regionali, sia in quanto regione chiave dal punto di vista dello sviluppo economico e del controllo delle vie di approvvigionamento energetico

Rispetto alla raccolta di saggi pubblicata nel 2010 dall’International and Security Affairs Centre, “Russia Serbia Relations at the beginning of XXI Century”, e o al rapporto “Russia in Serbia – soft power and hard interests”, pubblicato nell’ottobre del 2014 dal Centre for Eastern Studies di Varsavia, la tesi illustrata in “Eyes wide shut” si basa sulla constatazione che il numero di organizzazioni russe e filo russe abbia subito in Serbia una crescita esponenziale soprattutto negli ultimi due anni, assumendo sempre più visibilità e potere. Tali organizzazioni avrebbero articolato la propria attività in una serie di iniziative politiche e culturali di ampio respiro talmente influenti da rafforzare la tradizionale convinzione presente nell’opinione pubblica serba di una stretta coerenza esistente tra gli interessi russi e quelli serbi. Lo scopo principale di queste attività consisterebbe nel promuovere la narrazione russa della situazione internazionale o la reinterpretazione della storia in base agli interessi di Mosca, e nell’affermare l’immagine della Russia da un lato come paese dotato di una forte posizione nel contesto internazionale e di una economia fiorente e dall’altro come principale alleato della Serbia, sia a livello economico, quanto politico e culturale.

Interessanti effetti di questo processo possono essere osservati sulla popolazione giovanile: “se da un lato la percezione che le nuove generazioni hanno dei paesi membri dell’UE e degli Usa appare positiva in relazione al tenore di vita, all’uso di energie alternative, alla libertà dei media e al rispetto dei diritti umani, la presunta alleanza con la Russia stimola aspettative positive. Il 57% dei giovani intervistati supporta la presenza di basi militari russe in Serbia, e supporta la politica estera del Cremlino, e molti credono che l’alleanza con la Russia possa avere ripercussioni positive sull’occupazione, sulla mobilità e sul sistema educativo, sull’incremento degli investimenti esteri, sulla stabilità politica e la democratizzazione del paese”.

In generale, il CEAS sostiene che il soft power esercitato dalla Russia abbia riscosso successo nell’innescare un movimento di resistenza alla possibilità di integrazione nell’Unione Europea, supportato da politici locali che sempre più spesso criticano l’Unione, “mentendo ai cittadini sulle condizioni e sui meccanismi del processo di adesione, nel frattempo parlando esclusivamente in toni positivi della Russia”. 

L’INFLUENZA DEL CREMLINO NELLA SFERA POLITICA 

Nella sua visita di Stato del 16 ottobre 2014 Vladimir Putin è stato accolto a Belgrado con tutti gli onori e con manifestazioni di entusiasmo da parte dei filorussi.

Nella sua visita di Stato del 16 ottobre 2014 Vladimir Putin è stato accolto a Belgrado con tutti gli onori e con manifestazioni di entusiasmo da parte dei filorussi.

Secondo il rapporto, è ad esempio significativo che alle elezioni indette anticipatamente nell’aprile del 2016 abbiano partecipato 14 organizzazioni filo-russe (tra cui anche il Partito del popolo serbo, guidato da Nenad Popovic, Terza Serbia – attiva principalmente in Vojvodina-, il Partito Russo e il Movimento serbo-russo), di cui la maggior parte effettivamente create in tempi recenti. Un’ampia rassegna di tali movimenti indaga pedissequamente il loro statuto e le loro origini, scandagliando le relazioni che il circuito politico serbo intrattiene fattivamente con il contesto politico russo. La più longeva realtà in questo ambito è rappresentata dal Partito Radicale di Serbia (SRS), che, fondato nel 1991 ed entrato nel registro dei partiti politici solo nel 2009, ha da tempo intessuto relazioni con l’estrema destra russa, mentre è noto che il Partito Democratico Serbo (DDS) ha firmato un accordo con Russia Unita, il più grande partito russo, e che una rappresentanza del partito ha ripetutamente visitato sia la Federazione Russa sia la Crimea. Alle elezioni del 2016 il DSS ha partecipato in coalizione con Dveri, un’associazione di cittadini entrata nel registro dei partiti politici nell’ottobre 2015. Il programma unitario di questi partiti avrebbe come obiettivo principale e dichiarato quello di preservare relazioni amichevoli con la Russia al fine di deviare il cammino di integrazione nella UE.

Il rapporto ritiene che, insieme all’SRS, il DSS entrerà a far parte del Governo, e, nell’insieme, queste strutture politiche, partecipando alle elezioni indipendentemente o in coalizione, hanno totalizzato il 14,96% dei voti.

Nenad Popovic, fondatore del SNP e già vicepresidente dell' DSS, è tra i politici serbi più vicini alla politica di Putin.

Nenad Popovic, fondatore del SNP e già vicepresidente dell’ DSS, è tra i politici serbi più vicini alla politica di Putin.

Per quanto riguarda invece le due coalizioni dominanti in Serbia, l’SNS (Partito del Progresso serbo) e il Partito Socialista di Serbia (SPS) pur essendosi ufficialmente fatti portavoce di una politica pro-europea non sembrano essersi posti al di fuori della sfera di influenza russa: già nel 2010  l’SNS ha ratificato un accordo di cooperazione con Russia Unita, mentre il Partito Socialista è considerato quello che ha una più stretta relazione con la Federazione Russa, e la sua dirigenza ha tenuto, dal 2014 al 2016, il portafoglio dell’energia all’interno del governo (Dusan Bajatovic, il vice presidente, è il Direttore generale di Srbijagas). Tra i partiti di maggioranza posizioni apertamente pro-Cremlino sono state assunte dal Movimento socialista, il cui massimo esponente, Aleksandar Vulin, ha spesso ribadito l’intenzione della Serbia di non imporre sanzioni alla Russia. Nelle relazioni tra Serbia e Russia un’importanza capitale è rivestita poi dalla figura di Alexander Babakov, braccio destro di Putin, considerato in Serbia come suo diretto rappresentante e molto vicino al direttore di “Srbijagas” Dusan Bajatovic e ad Ivica Dacic. L’SRS, poi, già nel 1990 ha stabilito una cooperazione con il Partito Democratico Liberale guidato da Vladimir Zhirinovsy e con il Partito Comunista, il cui presidente, Gennady Zyuganov, si è espresso in più di una occasione contro il Tribunale dell’Aia, a partire dalla commemorazione di Milosevic durante la quale condannò aspramente l’estradizione di Ratko Mladic.

TIPOLOGIA ED OBIETTIVI DELLE STRUTTURE RUSSE E FILORUSSE

Oltre alle strutture politiche lo studio del CEAS ha censito, tra le realtà che promuovono differenti aspetti delle relazioni tra Serbia e Russia, oltre 21 associazioni di cittadini, 6 organizzazioni di studenti, 16 movimenti finalizzati all’azione politica, 14 partiti politici, 8 portali internet, 2 organizzazioni russe che hanno uffici in Serbia, 16 media di orientamento filo russo, 3 fondazioni russe e 5 istituzioni culturali ed educative, varie associazioni di compatrioti. Una particolare attenzione meriterebbe il contesto della Vojvodina, regione in cui vivono 1173 dei 3247 cittadini di etnia russa (secondo le stime del censimento effettuato nel 2011) e in cui sono presenti quattro delle dieci associazioni di compatrioti russi in Serbia. In generale, l’azione di tali movimenti nel complesso avrebbe come aspirazione la sostituzione della democrazia con l’autocrazia, la riduzione del supporto per l’integrazione europea e lo screditamento del concetto di integrazione europea, il rallentamento del processo di normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Pristina e la compromissione del rapporto con la NATO. Tali obiettivi vengono perseguiti attraverso una serie di strategie che vanno dall’incremento delle relazioni bilaterali al rafforzamento della cooperazione tra la Chiesa serba ortodossa e la Chiesa russa, sfruttando la propaganda dei media, la costruzione di una nuova struttura per una più efficace influenza anche attraverso la politica dei compatrioti

È bene notare che “le prime strutture apertamente filo-russe sono state create nel Nord del Kosovo subito dopo la sua dichiarazione di indipendenza nel 2008 ed in seguito sono diventate molto attive durante le manifestazioni delle cosiddette “barricate” del 2012. Sembra che già allora godessero del supporto logistico del cosiddetto centro umanitario serbo-russo di Niš. L’incremento del loro numero in altre zone della Serbia è osservabile intorno al 2008, e ha guadagnato terreno con l’avvio dei negoziati sulla normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Pristina, sotto l’egida della UE, nei primi mesi del 2013. Il numero delle loro attività in Serbia è aumentato drasticamente nel 2015 quando è diventato chiaro che la Serbia avrebbe avviato negoziati formali con l’UE, e quando è stata resa nota ha l’intenzione di una maggiore cooperazione con la NATO nel quadro dell’Individuale piano d’azione di partenariato (IPAP)”. 

Le organizzazioni politiche serbe più nazionaliste esaltano il parallelismo tra Kosovo e Crimea. Lo slogan del murales recita: "Il Kosovo è serbo, la Crimea è russa".

Le organizzazioni politiche serbe più nazionaliste esaltano il parallelismo tra Kosovo e Crimea. Lo slogan del murales recita: “Il Kosovo è serbo, la Crimea è russa”.

MEDIA E PROPAGANDA TRA ALTERAZIONE DELLA STORIA E MANIPOLAZIONE DELLA REALTA’

Di fondamentale importanza per la creazione del consenso filo-russo è sicuramente l’azione svolta dai media, sia quelli precipuamente registrati nella Federazione Russa, come Sputnik, che quelli presenti nel registro dei media della Repubblica di Serbia che si attestano su posizioni pro-Cremlino. Secondo il CEAS da un lato l’attuale struttura burocratica del sistema mediatico in Serbia renderebbe facile la penetrazione in esso della macchina propagandistica russa, dall’altro un gran numero di media tenderebbe a plasmare la propria linea editoriale in linea con il discorso elaborato da Sputnik. Tale tendenza pare evidente dalla ricezione parziale delle notizie riguardanti l’annessione della Crimea e la crisi in Ucraina, che avrebbe influenzato il discorso dell’opinione pubblica anche in merito alla conseguente decisione, con la quale la Serbia tuttora rifiuta di allinearsi, della Ue di imporre sanzioni alla Russia. Tra l’altro, il CEAS osservata una coincidenza tra gli eventi che hanno caratterizzato la politica estera russa negli ultimi anni e l’incremento di iniziative da parte delle strutture filo russe in Serbia. 

L’alterazione della narrazione a favore della prospettiva russa coinvolge gli aspetti della politica interna ed esterna condotta da Mosca, ma viene sostenuta anche dalla manipolazione della realtà storica. Alla base di tale manipolazione il mito dell’ “amicizia secolare”, della “fratellanza slava e ortodossa”, dei “tradizionali legami storici” tra i popoli serbo e russo, della Russia come “protettrice” dei serbi. In contrasto con queste convinzioni diffuse a livello di opinione pubblica, la scienza storica assume una prospettiva diversa, all’interno della quale la Russia, secondo lo storico Milivoje Beslin, deve essere considerata come un impero che ha esercitato le sue intenzioni imperiali, al pari delle altre grandi potenze nei Balcani.

La costruzione di una narrazione falsata rispetto alla realtà riguarda anche la diffusa convinzione che la collaborazione con la Russia possa rappresentare una possibilità di concreto sviluppo economico per la Serbia, ed un’alternativa all’alleanza con i paesi dell’area euro-atlantica. Il rapporto del CEAS scandaglia approfonditamente gli aspetti della questione, confutandone i presupposti, grazie all’intervento dell’analista economico Mijat Lakicevic. 

LE RELAZIONI ECONOMICHE TRA RUSSIA E SERBIA

La Russia è stato il primo paese a firmare con la Serbia un accordo di libero commercio. L’accordo fu firmato formalmente con la Jugoslavia dell’allora presidente Milosevic, alla vigilia delle elezioni del Settembre 2000, circostanza che ne dimostrerebbe chiaramente la valenza politica. L’analisi dei dati a partire da quel momento attesta sicuramente un incremento nel volume degli scambi tra Serbia e Russia, ma si tratta di una crescita non più veloce e significativa rispetto a quella che si potrebbe riscontrare nell’ambito degli scambi con altri paesi. 

Dal 2001 al 2015 il totale delle esportazioni dalla Serbia è cresciuto di otto volte, tanto quanto quello della Russia. Comunque, un aumento significativo del valore del dollaro nel 2015 ha determinato un calo nelle esportazioni, ma il quadro non è sostanzialmente mutato se prendiamo come termine di paragone il 2014: in questo caso il totale delle esportazioni della Serbia è cresciuto da 1,7 milioni di dollari a 15 milioni. In realtà, il “vento in poppa” di cui ha goduto il commercio serbo-russo, più specificamente l’esportazione di prodotti alimentari dalla Serbia alla Russia, è stato determinato dalla guerra commerciale tra l’Occidente (UE e USA) e Federazione Russa. Ma anche in questo caso si tratta di risultati non eccezionali, soggetti a periodi di stagnazione e declino, essenzialmente per l’intreccio di due fattori: da un lato bisogna considerare la competitività maggiore che esercitano altri paesi,  in grado di piazzare sul mercato russo prodotti più economici (e possibilmente migliori) della Serbia; dall’altro lato, la Russia è entrata in un periodo di recessione, la cui causa primaria è da individuare nel forte calo del prezzo delle sue principali fonti di reddito. Evidentemente la crisi russa è anche una conseguenza della guerra commerciale con l’UE e con gli USA, a cui si legano fattori di matrice politica, come dimostrato dalla crisi in Ucraina.

Ad ogni modo, tutti i fondamentali dati macroeconomici della Russia per il 2015 appaiono negativi e il calo del PIL del 3,7% rispetto al 2014 non è sufficiente a riflettere il reale quadro della situazione. Dallo scorso anno le importazioni in Russia sono crollate più velocemente delle esportazioni, ma se si guarda agli investimenti e al consumo interno il declino è attestabile intorno al 10%.

La Russia importa dalla Serbia frutta e frutti di bosco ma non vi sono grandi investimenti diretti in attività di trasformazione agroalimentare.

La Russia importa dalla Serbia frutta e frutti di bosco ma non vi sono grandi investimenti diretti in attività di trasformazione agroalimentare.

Se considerata singolarmente la Russia appare come uno dei maggiori partner del commercio estero della Serbia, ma la sua quota valutata in relazione al commercio estero totale della Serbia è piuttosto modesta: nel totale delle esportazioni della Serbia (13,4 miliardi di dollari), la Russia rappresenta solo il 5,5%, con 725 milioni di dollari. Nel totale delle importazioni (18,2 miliardi), la Russia rappresenta esattamente il 9,5%. Quando si parla di esportazioni, la Russia è al quinto posto – dopo l’Italia (2,2 miliardi di dollari), la Germania (1,7 miliardi), la Bosnia-Erzegovina (1,2) e la Romania (745 milioni di USD). Nella classifica dei paesi da cui la Serbia importa di più, la Russia è al terzo posto: dopo la Germania (2,3 miliardi di dollari) e l’Italia (1,9 miliardi), e prima della Cina (1,5 miliardi) e Ungheria (870 milioni di dollari). Comunque, sia le esportazioni che le importazioni dalla Russia sono in calo: nel 2015 entrambe sono calate quasi del 30% rispetto all’anno precedente.

Si è spesso sottolineato il potenziale che l’agricoltura rappresenta per la Serbia, potenziale che potrebbe trarre attualmente beneficio dalle conseguenze delle sanzioni che l’Occidente ha imposto alla Russia. Ed effettivamente in due anni, dal 2012 al 2014, le esportazioni di prodotti alimentari in Russia sono praticamente raddoppiate, ma, nel corso dell’anno seguente hanno comunque subito un calo pari al 20%.

GLI INVESTIMENTI RUSSI E LA QUESTIONE ENERGETICA 

Come investitore la Russia risulta rivestire un ruolo ancora minore che come partner commerciale.

Il totale degli investimenti russi in Serbia è valutato intorno a 1,1 miliardi di euro: 900 milioni di Gazprom Neft per rilevare la NIS-Naftna Industrija Srbije (Industria petrolifera di Serbia) e 200 milioni di Lukoil per Beopetrol, vale a dire l’ex INA. Prima della Russia ci sono l’Italia (2 mld di euro), l’Austria (1,95 mld), la Norvegia (1,6 mld), il Belgio (1,5 mld), la Germania e la Grecia. Alcuni tentativi di investimento sono stati fatti nel settore dell’industria alimentare, ma sono stati abbandonati, e gli investimenti maggiori nel 2015 si sono registrati nel campo dei media e del rafforzamento dei legami culturali, mentre la maggior parte delle risorse in questo senso continuano ad essere concentrate nel settore dell’energia, influenzato tra l’altro da ragioni di opportunità politica.

L’acquisto e la vendita dell’Industria petrolifera della Serbia ha rappresentato un affare più politico che economico: in ballo il veto da parte della Russia al riconoscimento del Kosovo nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La natura strumentale dell’accordo non ha influenzato solo il prezzo relativamente basso (400 milioni di euro, i restanti 500 milioni sono relativi ad investimenti nella raffineria di Pančevo), ma anche altri aspetti di questa transazione, che hanno posto la Serbia e i suoi interessi in una posizione piuttosto subordinata. Prima di tutto, i russi hanno incluso nel contratto una clausola secondo cui non è possibile aumentare la concessione per lo sfruttamento, cosicché NIS paga allo stato della Serbia il 3 per cento del prezzo del petrolio estratto o gas, mentre in Russia la quota è fissata al 22 per cento. In secondo luogo, e in parte grazie al precedente, i russi hanno dato avvio ad uno sfruttamento furioso di giacimenti di petrolio e di gas in Serbia, non preoccupandosi dello sfruttamento ottimale, ma solo della sua velocità, in modo tale da portare la produzione di petrolio da 700.000 a 1,2 milioni di tonnellate, e di gas naturale a circa 500 milioni di metri cubi. Ai prezzi di qualche anno fa, questo avrebbe aumentato il reddito della Serbia per un importo di quasi 200 milioni di dollari. Tra l’altro, la Russia produce annualmente petrolio per 500 volte in più (520 milioni di tonnellate) e oltre un migliaio di volte in più di gas naturale (650 miliardi di metri cubi) rispetto alla Serbia. Il miglior esempio di come la Russia sta utilizzando la questione energetica per influenzare la sfera politica è la cosiddetta industria del gas. La Serbia è l’unico paese che importa gas naturale dalla Russia attraverso un intermediario, l’azienda russo-serba fondato ai tempi di Milošević, la “Jugorosgas“. Inizialmente la Serbia ne possedeva metà delle azioni, ma in seguito, è arrivata a possederne solo un quarto. L’ex Ministro dell’Energia Zorana Mihajlović ha cercato di eliminare questo intermediario, ma non ci è riuscita. Mihajlović aveva inoltre intenzione di porre “Srbijagas“, azienda per la distribuzione del gas, sotto il controllo del governo e di riorganizzarla secondo le direttive europee, entrando in conflitto con il direttore Dušan Bajatovic che vi si oppeneva. Al termine della controversia, Bajatovic, forte del sostegno russo, è risultato vincitore. Quando un nuovo governo è stato creato nel 2014, Mihajlović ha perso il posto di ministro dell’Energia, mentre Bajatovic ha mantenuto la posizione del direttore di “Srbijagas”.

Si dovrebbe poi considerare il caso del gasdotto “South Stream“. Con tutti i paesi attraverso i quali si supponeva che il gasdotto sarebbe passato, la Russia ha concluso contratti alla pari, attestando la proprietà al 50%. Solo con la società “South Stream Serbia”, la Russia detiene la quota per il 51%, in parte anche probabilmente perché il governo serbo ha voluto trarre da questa relazione un qualche tipo di profitto politico nell’ambito della politica interna e della lotta con l’opposizione. L’arresto del progetto “South Stream”, determinato da problemi in ambito economico e politico degli ultimi anni, ha coinciso con l’arresto dell’espansione economica russa in Serbia. Ma l’atteggiamento russo nei confronti della Serbia è illustrato ancora dall’esempio della fabbrica di vetture di Kragujevac. La Serbia ha cercato di inserire “Fiat” nella lista delle imprese autorizzate negli scambi commerciali, ma non ci è mai riuscita, incassando sempre il rifiuto da parte dei russi, anche se 10.000 veicoli non significano praticamente nulla per il loro enorme mercato. Inoltre, poiché la politica agricola serba si basa principalmente sulla produzione zootecnica, coloro che avrebbero una maggiore possibilità sul mercato russo, come ad esempio i produttori di frutta e verdura, stanno invece perdendo terreno.   

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