di Biagio Carrano
È difficile sentirsi parte di uno Stato che percepisci come corrotto, peggio ancora se questa percezione peggiora di anno in anno. Dal 2016 in avanti, proprio da quando l’economia serba ha iniziato a crescere a ritmi relativamente costanti, l’Indice di corruzione percepita (CPI, Corruption Perception Index) della Serbia determinato da Trasparency International ha registrato un costante peggioramento. In questo lasso di tempo, mentre il prodotto interno lordo del paese passava da 42 a 89 miliardi di dollari, l’indice CPI è caduto da 42 a 35, posizionandosi al penultimo posto tra i paesi dell’Europa sudorientale, appena un punto meglio della Bosnia Erzegovina. E se vale sempre l’assunto “correlation is not causation”, questa correlazione inversa fa intuire che la crescita economica non è riuscita a migliorare la qualità istituzionale del paese, peggio: una parte della popolazione ha quasi subìto questo sviluppo, percepito come un arricchimento solo di quella minoranza che poteva vantare i legami politici giusti, mentre il resto del paese subiva l’aumento dei p
rezzi, degli affitti, della riduzione dell’equità tra chi poteva permettersi (o pagare) l’accesso a certi servizi, anche pubblici, e chi no.
L’economia sommersa, informale, frutto di banale elusione fiscale come di complesse operazioni di riciclaggio di denaro sporco cresce in volume di anno in anno: secondo i più recenti pubblicati dal NALED, se dieci anni fa valeva circa 12 miliardi di dollari, oggi ammonta a quasi 20 miliardi. Oltre un quinto della ricchezza prodotta è frutto di condotte che evadono i principi fiscali o violano le leggi penali, del paese come quelle internazionali.
Eppure dal 2015 i vari governi hanno emanato vari piani per combattere l’economia sommersa. Inefficienza, o mancanza di volontà politica, i dati ufficiali e i pareri dei cittadini serbi sembrano evidenziare l’irrilevanza di questi piani. I processi di digitalizzazione e di semplificazione amministrativa per migliorare l’ambiente d’affari da un anno segnano il passo.
La corruzione non è solo un furto o una sottrazione di futuro. Al di là delle sue diverse fattispecie (tangenti, concussione, abuso di fondi pubblici, nepotismo, uso degli organi dello Stato per interessi personali o di partito) il principale danno a lungo termine della corruzione è l’erosione della fiducia nelle istituzioni. Dai classici studi di Robert Putnam e Francis Fukuyama è dimostrato che un solido capitale sociale favorisce l’efficienza delle istituzioni. E in tal senso il capitale sociale è la persuasione collettiva che la fiducia reciproca, tra le persone e e tra esse e le istituzioni, migliori tanto la vita delle persone quanto l’azione degli organi statali.
Nella ricerca sociale pubblicata ad agosto 2024 si registra il calo quasi generalizzato della fiducia dei giovani verso le istituzioni e le organizzazioni, ad eccezioni di Chiesa, ONG e scienziati e ricercatori.Ma la società serba vive da anni una grave crisi di fiducia. Pochi mesi prima del crollo della tettoia della stazione di Novi Sad che ha fatto detonare il movimento di protesta che ancora oggi condiziona la vita del paese, una ricerca sociale dimostrava come i giovani serbi avessero pochissima fiducia nelle istituzioni. Agli ultimi posti mettevano il governo, il presidente della Repubblica e i partiti, al primo i ricercatori universitari e gli scienziati. Dunque, gli ultimi due governi hanno pensato bene di attaccare e accusare come ispiratori delle proteste proprio accademici e scienziati, arrivando a sostituire scienziati di vaglia solo perché non considerati non di cieca fiducia.
Ragionare di corruzione in Serbia significa dunque seguire il costante calo di fiducia nelle istituzioni e di senso di appartenenza a un progetto politico e sociale che ha caratterizzato il paese a partire dagli anni Settanta del secolo scorso. Si tratta di processi di lunga durata, con i quali però un politico che vuole aspirare a essere uno statista o addirittura a passare alla storia (si spera positivamente) deve confrontarsi nel caso intenda lasciare istituzioni solide e rispettate.
Il patto sociale jugoslavo
I quattro grafici comparano Yugoslavia, Grecia, Portogallo, Spagna e Stati Uniti. In alto a sinistra la curva della produttività complessiva dei fattori produttivi; in alto a destra il trende della produttività del capitale; in basso a sinistra la produttività del lavoro; in basso a destra l’andamento dei salari. Appare chiaro come dalla fine degli anni Settanta la produttività del sisgtema economico jugoslavo inizia a declinare a causa di un fortissimo declino della produttività del lavoro, di un decremento della resa del capitale a fronte dei quali i salari rimangono sostanzialmente stabili.La retorica socialista dell’ubiquo slogan “Unità e fratellanza” (sostenuta dall’altrettanto ubiqua e spietata UDBA, la polizia segreta) si legittimava nel miglioramento delle condizioni di vita e nell’ambizione a garantire servizi sociali comparabili al welfare state dei paesi occidentali. Già a inizio anni Cinquanta lo spettacolare sviluppo della zootecnia crea un surplus che non solo garantisce carne e latte a tutte le famiglie della Federazione, ma la rende uno dei principali paesi esportatori di carne d’Europa. Gli investimenti in industrie pesanti capaci di assorbire una numerosa forza lavoro velocizzarono l’accumulo di capitale fisso e costituirono alcune filiere industriali di base, quali siderurgia, chimica, merccanica. Il lavoro “volontario” che veniva richiesto ai cittadini per realizzare alloggi e infrastrutture veniva ripagato con appartamenti in comodato e vacanze pressoché gratuite. Al centro di questo modello economico c’era la cogestione delle imprese (al di là delle contraddizioni che hanno sancito il fallimento di questo modello), la quale tramite il coinvolgimento diretto dei lavoratori nelle decisioni aziendali sviluppava un ulteriore legame tra questi e l’impresa e tra i lavoratori stessi, un legame economico che diventava legame di tipo sociale, comunitario, una nuova forma di senso di appartenenza che oltrepassava le origini etniche o i residui credi religiosi. Gran parte dei lavoratori restava tutta la vita nella stessa impresa e quest’appartenenza stabile, garantita e di lunga durata incrementava anche la lealtà verso le istituzioni e l’assetto politico. I dati statistici mostrano un rarissimo ricorso agli scioperi negli anni Cinquanta e Sessanta e una produttività totale dei fattori molto alta. In questo ventennio, caratterizzato anche da entusiasmo ideologico, la crescita economica annua toccava tassi del 9% annuo. L’economista Andrè Sapir, registrando il miglior tasso di sviluppo tra i paesi socialisti, ha parlato di miracolo economico, cui va aggiunto il miracolo istituzionale di un paese uscito da una guerra civile e interetnica che aveva saputo trovare un modello di convivenza e di fiducia verso lo Stato.
Ma già dal 1965, quando il consigli delle imprese poterono decidere se distribuire gli utili in salari o nuovi investimenti, la scelta se migliorare la condizione presente o investire in produttività futura si indirizzò verso la prima opzione, iniziando quel processo di ritardo tecnologico e inefficienza gestionale a seguito di investimenti insufficienti renderà insostenibile l’intera architettura socio-economica. Questo modello economico e sociale già a inizio anni Settanta iniziò a compesare inefficienze e incapacità manageriali e politiche con l’indebitamento estero. Se nel 1971 il debito estero jugoslavo rappresentava appena il 20% del PIL, la questione centrale era la scarsa efficienza del sistema che non consentiva di ripagare i debiti, spingendo così a richiedere nuovo debito, ai tassi estremamente alti degli anni Settanta e Ottanta. L’incapacità di creare nuove imprese che assorbissero l’alta disoccupazione delle aree più povere del paese fu risolta con l’emigrazione e incassando le rimesse degli emigrati. Ma questa soluzione, ancora oggi in auge, sul lungo termine svuota e impoverisce il paese, e distorce la bilancia dei pagamenti con una ricchezza non generata internamente. In questo quadro il modello jugoslavo si ritrovò a non poter reggere il nuovo ciclo di trasformazione tecnologica degli Anni Ottanta e il cambio di paradigma geopolitico innescato dal 1989. Ma l’incapacità di mitigare il cambiamento, anzi di estremizzarlo in peggio in termini politici ed economici è un caso di studio: tra il 1991 e il 1994 Serbia e Montenegro in guerra persero oltre il 50% del Prodotto Interno Lordo. In parallelo, la guerra velocizzò la delegittimazione di ogni istituzione.
Truffe finanziarie protette dallo Stato
Il 1991 non segna solo l’inizio delle guerre che frammentarono la Jugoslavia ma anche dei due grandi scandali finanziari che fecero crollare ulteriormente la fiducia nelle istituzioni politiche e nella stessa Banca di Jugoslavia.
La Dafiment Banka e la Jugoskandik si fondavano su un classico schema Ponzi, dove i nuovi depositanti pagano gli interessi irrealistici promessi a chi li ha preceduti fino a quando non si sono raccolti abbastanza fondi, spariscono i depositi, esplode la bolla speculativa e i risparmiatori perdono tutti i soldi investiti. Fondate da due personaggi a dir poco improbabili, Dafina Milanovic e
Jezdimir Vasiljević, le due intraprese criminali che in meno di due anni sifonarono dai risparmi dei cittadini serbi non meno di 450 milioni di marchi tedeschi l’una e non meno dell’equivalente di circa 110 milioni di euro l’altro non avrebbero potuto nemmeno iniziare ad operare senza il sostegno politico, a partire dall’allora Presidente Slobodan Milosevic e di suoi stretti collaboratori del partito socialista al potere. Non meno di 200.000 risparmiatori furono danneggiati da queste truffe, in alcuni casi perdendo tutti i risparmi proprio all’inizio di un decennio che sarebbe stato segnato da iperinflazione, disoccupazione, carenza di generi di prima necessità. In un paese sottoposto ad embargo, dove gli stipendi si contavano in miliardi di dinari e non valevano nulla, chi non era legato al partito o al sistema militare riusciva a vivere decentemente solo con il contrabbando, con il lavoro in nero, abusando delle proprie posizioni nelle imprese pubbliche e nell’amministrazione statale. Il tal senso gli anni Novanta vedono in parallelo la dissoluzione dell’apparato federale e lo smantellamento del modello sociale jugoslavo. Lo Stato che garantiva un lavoro, una casa, le vacanze e addirittura una voce in capitolo nella gestione dell’impresa dove si lavorava non c’era più. Sparita l’utopia spariva anche una qualche idea di futuro e ognuno doveva arrangiarsi da solo. Se fino all’altro ieri aveva pensato al futuro dell’azienda dove lavorava, oggi il dirigente cercava di capire come garantire un futuro a se stesso e ai suoi figli approfittando di quella stessa azienda, sapendo che essa in quanto tale non aveva un futuro. Non che non esistessero corruzione e appropriazioni indebite nei decenni precedenti, ma con i prezzi che a gennaio 1994 raddoppiavano ogni 34 ore tutto sembrava consentito pur di sopravvivere. Lo Stato non era che un apparato di potere nelle mani degli accoliti di Slobodan Milosevic. Chi non ne beneficiava quale lealtà istituzionale poteva ancora nutrire?
Il giallo delle privatizzazioni in giallo
Il cantiere navale fluviale di Apatin arrivò a essere il più grande sul Danubio e dar lavoro a quasi 2.000 persone. Oggi è sostanzialmente in disuso dopo una privatizzazione discutibile.Finita l’epoca Milosevic il 5 ottobre del 2000, si apriva la stagione delle privatizzazioni, che in un ambiente economico regredito al baratto si sarebbe risolto nella dismissione di gran parte del sistema industriale serbo, i cui immobili venivano ipotecati per ricavarne liquidità, i macchinari venduti, i lavoratori licenziati senza preavviso. Una minima parte delle 630 privatizzazioni completate possono considerarsi un successo: bandi di gara su misura, aggiudicazioni delle imprese a prestanome o a improvvisati finanzieri senza alcuna competenza nel settore di riferimento, chiusure sbrigative degli impianti dopo aver razziato il razziabile e licenziato tutti tranne un custode lasciato a guardia di uno scheletro industriale irredimibile. In ogni processo di privatizzazione il problema non è a quanto si vende, ma la tutela della base industriale del paese. Al contrario, la crescita economica registrata nei primi anni Duemila è stata per lo più frutto della vendita di immobili e terreni che le famiglie si sono ritrovate grazie alla restituzione dei beni confiscati dal regime titino e dal giro d’affari derivato dalle svendite delle imprese privatizzate: crescita trainata solo sui consumi, con ben rari investimenti pubblici o privati, che sono davvero iniziati ad affluire nel paese solo dopo la scelta di Sergio Marchionne di aprire lo stabilimento FCA in Serbia. In questo quadro i cosiddetti governi democratici (coalizioni tra il partito democratico, partito democratico di Serbia di Vojislav Kostunica, il partito personale del dominus economico dell’epoca, l’ex Governatore della Banca di Serbia Mladjan Dinkic, e i sempiterni socialisti) delusero ogni aspettativa di trasparenza, eccetto i tentativi del governo Djindjic di indagare gli arricchimenti durante gli anni Novanta. Come dimostrato da studi e inchieste, la deindustrializzazione della Serbia è conseguenza molto più delle privatizzazioni del periodo “democratico” che dei missili NATO. A un decennio dalla caduta di Milosevic, la delusione verso il Partito Democratico, accusato di clientelismo e collusione con i poteri economici del paese, era ampiamente diffusa. La parte della popolazione che aspirava ad entrare nell’Unione europea anche per poter godere di uno stato di diritto più forte, accusava i “gialli” (il colore del Partito Democratico) di scarso coraggio, il resto della popolazione li considerava semplicemente corrotti.
I patrioti che indeboliscono lo Stato
Il testo del 2012 recita: “Il Partito del Progresso Serbo ricorda all’opinione pubblica che questa è la prima volta negli ultimi 20 anni che importanti figure politiche vengono chiamate a rispondere dei loro crimini in Serbia e sottolinea con orgoglio che né alcuni politici né i loro media possono fermare i cambiamenti in Serbia.”Quando nel 2008 viene elaborato e promosso (in patria, come in Germania e a Bruxelles) il progetto del Partito Progressivo Serbo, era pacifico che il tema della lotta alla corruzione avrebbe avuto la presa più forte su un elettorato deluso. E non è forse un caso che dopo pochi mesi dal successo alle elezioni parlamentari del 2012 che portò al governo i progressivi di Nikolic e Vucic, dalla Commissione Europea arrivò la richiesta alla Serbia di indagare su 24 privatizzazioni sospette. Sull’onda del dichiarato impegno nella lotta alla corruzione (e del clamoroso arresto di Miroslav Miskovic, visto come l’epitome dei potentati economici che tarpavano lo sviluppo del paese), in meno di due anni l’SNS raggiunse la maggioranza assoluta del Parlamento. Se sull’accesso all’Unione europea e sul riconoscimento ufficiale del Kosovo l’elettorato e la leadership SNS sono stati spesso ambigui, sul tema della lotta alla corruzione il supporto dell’elettorato SNS e le dichiarazioni pubbliche della sua leadership sono state sempre inequivoche. Eppure, perché i governi che si sono susseguiti negli ultimi tredici anni, spesso con maggioranze parlamentari strabordanti, si sono rivelati incapaci di affrontare il problema e il paese continua ad affondare nelle graduatorie di Trasparency International? Cosa resta tredici anni dopo di quella bandiera della lotta alla corruzione che sembrava dover rappresentare il ristabilimento dello stato di diritto nel paese, il recupero di un minimo di credibilità da parte delle istituzioni statali, il punto di partenza per sviluppare un’economia davvero di mercato e, assieme al riconoscimento del Kosovo, il viatico per l’accesso all’Unione europea? Nulla, neanche gli slogan, perché se c’è un tema che oggi unisce le eteroclite opposizioni a Vucic è proprio la lotta alla corruzione. Ed è paradossale ma nemmeno tanto che un partito arrivato al potere sbandierando la lotta alla corruzione oggi venga accusato di aver creato un sistema di corruzione e grassazione dell’economia serba ancora più tentacolare di quello che aveva promesso di abbattere.
Oggi quasi tutti i vecchi tajkuni si sono riposizionati e hanno trovato un modus vivendi con il nuovo potere. Miroslav Miskovic, per anni tratteggiato quasi come un vampiro dell’economia serba dai tabloid filogovernativi, è oggi un riferimento ideale per tanti aspiranti imprenditori, un partner del governo in vari progetti e aspetta di vedersi bonificare dallo Stato serbo 12 milioni per ingiusta detenzione. Piuttosto che sviluppare un’economia pienamente competitiva, le indagini anticorruzione, aperte e spesso arenatesi per i motivi più vari, hanno ridisegnato la geografia dei potentati economici serbi, consentendo l’inserimento in essa di nuovi soggetti vicini all’attuale potere.
D’altra parte, troppo poco si è fatto per rendere la magistratura forte, autonoma e debitamente finanziata. Come sottolinea anche il più recente Progress Report dell’Unione europea: “Pressure on the judiciary and the prosecution services still remains high. Whilst the rules of procedure of the HJC and HPC lay the foundation for a more effective reaction in cases of undue influence, no consistent reduction in undue influence was observed in practice. Government officials, including some at the highest level, and Members of Parliament continue to comment publicly on ongoing investigations or court proceedings, as well as on the work of individual prosecutors and judges”. In questo contesto nemmeno stupisce che tra il 2019 e il 2024 si sono verificate solo due procedimenti di confisca di beni frutto di corruzione.
La crisi di un popolo sfiduciato
Cosa è la corruzione se non un indice di sfiducia nello Stato? Se non credi che lo Stato saprà garantirti una pensione o un’assistenza sanitaria decente, cercherai di cogliere tutte le occasioni per incassare un extraguadagno che renda un po’ più sicuri te e la tua famiglia; se non credi che la magistratura possa indagarti, allora da ministro o da semplice assessore cercherai di guadagnare il più possibile dal tuo ruolo; se insomma non credi che lo Stato e la società in cui vivi abbiano un futuro, tanto vale depredarli quanto più possibile oggi.
Negli ultimi quarant’anni il popolo serbo ha vissuto almeno tre grandi disillusioni: quella socialista, di un modello sociale dove si poteva vivere bene e lavorare relativamente poco e che è crollato diffondendo odio e povertà; quella della svolta democratica, quando ci si illudeva che, dopoun decennio di isolamento, in pochi anni il paese potesse entrare in Unione europea e raggiungere il benessere materiale e stato di diritto; la delusione del Partito Progressivo, partito con grandi programmi di moralizzazione e rafforzamento delle istituzioni statali e oggi accusato di aver corrotto e piegato ogni istituzione statale ai suoi interessi. Nel caso del Partito Serbo del Progresso si verifica una contraddizione in più: quella di ricordare costantemente la necessità di una Serbia autonoma e forte, slogan alquanto impraticabile se le istituzioni statali non vengono considerate libere, credibili e autonome dagli stessi cittadini.
Mentre è in pieno svolgimento la crisi sociale e politica (nata proprio dalle accuse di lavori pubblici fatti male a causa di pratiche corruttive), dal punto di vista sociale e politico è insignificante accusare l’attuale leadership del paese di questa o quella pratica corruttiva, perché oggi l’emergenza è l’uscita del paese dalla crisi stessa e su questo metro si valuterà la statura politica dei soggetti che oggi si confrontano. In termini di valutazione storica, la vera colpa politica di Aleksandar Vucic è aver dilapidato la fiducia che dal 2014 in avanti gli hanno abbondantemente accordato i cittadini serbi per ricostruire un diffuso senso dello Stato, in termini di rispetto della legge per tutti, diritti dei cittadini, fiducia in istituzioni credibili, senso di appartenenza, regole di mercato, qualità della vita. Insomma di aver almeno contrinuito a deludere, ancora una volta, il popolo serbo.
(Il primo articolo della serie, si trova qui: https://www.serbianmonitor.com/alle-origini-della-crisi-serba-1-belgrade-waterfront-paradosso-dubai-balcanica/)
