di Biagio Carrano
Progetto immobiliare dall’enorme impatto economico e sociale, il Belgrade Waterfront rappresenta anche un’idea di politica e di governo del territorio sempre più contestata dall’opinione pubblica serba.
Tre idee di città, di società, di futuro
Ogni pianificazione urbanistica non sottende solo un’idea dello spazio urbano, ma ancor di più un progetto di società e dei rapporti tra le persone che la compongono. Attività precipuamente rivolta al futuro, perché per sua natura punta a prevedere e indirizzare la forma di una città o di un territorio; attività specularmente politica, perché viali, parchi ed edifici, le loro stesse forme e dimensioni, sono una mappa delle idee e convinzioni di chi vi ha dato l’avallo politico. Confrontare il Belgrade Waterfront con la pianificazione di Novi Beograd degli anni Cinquanta e con l’insediamento di Cerak Vinogradi completato negli anni Ottanta fa intuire quali principi, valori e indirizzi politici hanno ispirato questi tre interventi urbanistici.
Novi Beograd: l’utopia razionalista

A inizio anni Cinquanta Novi Beograd rappresenta il prototipo di una città pianificata, come pianificata era l’economia della Jugoslavia titina, progetto sociale razionalista che puntava al superamento di rivalità etniche, conflitti religiosi e squilibri sociali.

Opera collettiva, resa possibile grazie al lavoro “volontario” di decine di migliaia di giovani e militanti del partito, Novi Beograd doveva rappresentare l’idea che della modernità aveva l’utopia collettivista jugoslava.

Non a caso il Palazzo della Federazione venne insediato non in qualche edificio nobiliare del centro storico della capitale federale, ma costruito a Novi Beograd, in un’area lungo il Danubio da cui si dipanava il reticolo creato da grandi assi stradali che si incrociavano ortogonalmente per creare lotti (Blokovi) identificati asetticamente solo da un numero e infrastrutturati in maniera tale da poter ospitare indifferentemente edifici residenziali, edifici pubblici o per imprese private, fabbriche, spazi pubblici, a seconda delle scelte urbanistiche presenti e a venire. Spazio modulare, saturo di vuoto potenziale, da adattare gradualmente al lungo futuro che immaginava di avere la Federazione. Il potere del nuovo stato socialista si imponeva e si diramava sui suoi cittadini e sul territorio tramite un ordine geometrico. L’edilizia razionalista interclassista avrebbe ospitato funzionari di partito, famiglie operaie, insegnanti e impiegati statali, cui veniva dato in usufrutto gratuito l’appartamento che sovente avevano contribuito a realizzare con il loro lavoro “volontario”.


Le ampie aree verdi lungo i due fiumi, i cortili condominiali attrezzati, l’accessibilità di esercizi commerciali e di servizi alle persone, la vicinanza ai luoghi di lavoro, l’organizzazione funzionale degli appartamenti, non ultimo la composizione sociale, resero vivere a Novi Beograd una scelta di vita ambita, ben lontana dalle catastrofiche esperienze italiane, dove gli interventi di edilizia razionalista sono diventati collettori di degrado sociale (“Le Vele” di Scampia, “Il Serpentone” di Corviale, lo ZEN di Palermo), per quanto gli edifici fossero pressoché simili. Come sempre, i moduli abitativi non sono un fallimento o un successo in sé, ma sempre all’interno dell’indirizzo politico e sociale che li utilizza. Tutt’altro che un ghetto o una zona dormitorio dunque, ma un’area della città dove la presenza di grandi contenitori di eventi (Gradska Arena, Hala Sportova, Museo di Arte Contemporanea, tra gli altri), la qualità stessa e l’importanza degli insediamenti dell’amministrazione statale (Palazzo Federale, poi Palazzo di Serbia, Ministeri, uffici pubblici) ne facevano la parte più importante della capitale. Non si trattava nemmeno di un Centro Direzionale avulso dal resto della città, ma un’area cui si accedeva per lavorare, per espletare incombenze, per fare compere, per acculturarsi, divertirsi, dunque pienamente vissuta e integrata. Rappresentazione in forma urbana dell’utopia jugoslava, l’architettura brutalista e la pianificazione ortogonale intendevano superare la confusa urbanistica dei centri storici di stampo turco al sud e gli edifici neoclassici al nord della Federazione. Soprattutto, la casa come un diritto garantito dei cittadini, dunque non oggetto a speculazione, mentre dal canto loro i cittadini dovevano accettare la distribuzione degli spazi abitativi, degli spazi urbani e lo stile architettonico decisi dallo Stato per inverare il processo di modernizzazione di cui si faceva portatore il monopartito socialista.

Cerak Vinogradi: il riflusso nel privato

Un paese ancora unito ma disilluso rispetto agli ideali che ha tentato di realizzare nei trentacinque anni di dominio di Tito è quello che tra gli anni Settanta e Ottanta progetta e realizza l’insediamento di Cerak Vinogradi sulle colline di Belgrado, a 12 chilometri dal centro. Il bianco del cemento dei palazzoni di Novi Beograd viene sostituito da mattoni a vista in un giallo ocra che si mimetizza con i colori delle stagioni che scorrono sugli alberi che circondano i palazzi. Non sono più i cittadini che devono adattarsi all’ordine geometrico e accettare la mera funzionalità del modulo abitativo in beton brut, ma gli edifici vengono integrati nella collina, abbassati ad appena sei piani, incastonati nel declivio e distribuiti a semicerchio per consentire a ciascuno di essi la stessa esposizione: egualitarismo ma già declinato in dimensioni molto meno alienanti. L’insediamento abitativo si inserisce nell’ambiente naturale in maniera discreta, gli alberi possono svilupparsi liberamente affondando le radici nel vivo terreno. I vialetti tra un edificio e l’altro danno un’idea di raccoglimento e discrezione.

Edifici e aree verdi si integrano e sparisce la separazione netta e ortogonale tra lotti cementificati e parchi che caratterizzava Novi Beograd a favore di linee curve, ad accompagnare l’andamento della collina. Gli edifici a sei piani creano delle microcomunità di vicinato molto più coese che nei palazzoni di Novi Beograd. Il mattone giallo a vista segnala il ritorno a un’architettura più tradizionale, che si richiama ai cottage inglesi come anche all’architettura della Vojvodina già possedimento austro-ungarico. Si tratta di una scelta ideologica molto chiara, forse lì per lì non colta da tutti ma che polemizzava esplicitamente con il modernismo.

I servizi essenziali sono all’interno del complesso: negozi, supermercati, ambulatorio medico, scuola, un asilo che diventa un’eccellenza architettonica a sé stante. Eppure, non è un caso che non vi siano edifici pubblici (musei, complessi sportivi, uffici) che possano attirare visitatori che non siano i residenti o loro amici e parenti. Tranquillità, separatezza, discrezione, distanza dal caos del centro città, ma a costi accessibili per la classe media degli anni Ottanta, anni del riflusso architettonico e urbanistico verso la ricerca della qualità della vita dei singoli.
Ripetutamente l’insediamento viene presentato come “a misura d’uomo”, in implicita polemica con Novi Beograd: non è più il cittadino che deve adattarsi alle idee della modernità (siano esse urbanistiche o politiche, poco cambia), ma è l’urbanistica e l’architettura che provano a venire incontro alle esigenze di una nuova generazione di jugoslavi che scopriva i piaceri borghesi del sentirsi distinti, valorizzati nella propria peculiarità di singolo o di famiglia e non come ingranaggio di un progetto di trasformazione sociale.
Una parte di società aveva deciso una silenziosa secessione sociale e ideologica, innanzitutto da certe utopie, rifugiandosi in spazi ancora costruiti da imprese statali ma già pensati per chi si sentiva sempre più estraneo a una certa ideologia. Di lì a poco, la secessione, da sociale e di nicchia, avrebbe poi preso le forme politiche tramite mitragliatrici e cannoni.

Belgrade Waterfront, il capitale globale plana su Belgrado
Dopo l’utopia modernista per tutti e il quartiere residenziale per la classe media, l’era di Aleksandar Vucic decide di farsi ricordare per aver trasformato un’area degradata in una fungaia di edifici e grattacieli, a volte ispirati a Dubai, altre volte più simili ai grattacieli dormitorio di Shanghai. Il Belgrade Waterfront – Beograd na vodi nel nome serbo – conta ben 34 edifici di altezza compresa tra gli otto e i venti piani, cui si aggiunge il redivivo Hotel Bristol, il centro commerciale Galerija da 300.000 metri quadrati e la Torre Beograd da 42 piani e 168 metri. Investimento stimato: 3,5 miliardi di dollari.

Non ci interessa ricordare alcune modalità violente di sgombero dell’area o l’opacità degli accordi tra lo Stato serbo e lo sviluppatore, la Emaar di Abu Dhabi. Ci soffermeremo semmai su come gli edifici e la loro distribuzione sul territorio hanno impattato non solo sulla topografia, ma sul clima sociale della capitale serba.
La lex specialis approvata dal Parlamento serbo nell’aprile del 2015 ha sottratto 177 ettari di terreno comunale alle procedure e alle normative nazionali, come anche agli indirizzi fiscali del resto del paese, creando un’area del paese sostanzialmente extraterritoriale, controllata da una società privata, la Belgrade Waterfront, al 32% dello Stato serbo e al 68% di proprietà della società Eagle Hills, controllata dalla detta Emaar. In sostanza, si tratta di una privatizzazione di un’ampia fascia del territorio comunale, in cui molte leggi vengono sospese o non applicate.

Obiettivo: costruire oltre 10.000 appartamenti. La redditività del capitale investito sembra avere la primazia su ogni altra considerazione. Così, rispetto alle grandi aree verdi di Novi Beograd e all’integrazione nell’andamento della collina di Cerak Vinogradi, colpisce subito l’altissima densità degli immobili, in estensione come in altezza. I parchi non hanno nulla di naturale, sono parchi giochi o tappeti verdi stesi tra gli angoli dei palazzi per far scorrazzare cani e bambini. Gli alberelli non potranno mai crescere e irrobustirsi perché si appoggiano sulla piastra di cemento sottostante. L’aspetto esterno degli edifici tende più a rispondere alle necessità del marketing che a caratterizzarsi come un segno architettonico memorabile. Muoversi nel complesso cercando un palazzo tramite il suo nome più o meno evocativo è un’impresa alienante. Il coefficiente di edificabilità ha valori più prossimi a quelli di quartieri dormitorio indiani e cinesi, che a quelli di un complesso residenziale di qualità di una capitale europea.

Ciononostante, i prezzi a metro quadrato degli appartamenti nuovi partono da 3.500 euro fino ai 10.000 della Torre Beograd, inavvicinabili per la stragrande maggioranza dei serbi. Perciò le attività commerciali che si sono insediate nel Waterfront propongono servizi (e i relativi prezzi) per una clientela affluente. A chi si rivolge dunque questo progetto residenziale? In sostanza a due categorie: serbi ricchi e stranieri di passaggio ad alto reddito. Entrambe le categorie disinteressate a sviluppare una vita sociale nei confini del Waterfront. A parte alcuni parchi giochi per bambini, nel quartiere non ci sono luoghi di aggregazione: non sono state previste piazze, non luoghi di culto, non impianti sportivi per sport di squadra, non un teatro o una sala da concerto per valorizzare il complesso con una spazzolata di cultura. Non sembra un caso che il progetto di ospitare il museo della città di Belgrado negli spazi dell’ex stazione ferroviaria sia fermo. In questo senso il Belgrade Waterfront non è definibile neanche come un quartiere, inteso come luogo dove una comunità stabilmente residente si ritrova a vivere, a intrecciare vite ed esperienze, a fruire assieme di edifici, spazi e ambiente.

Semmai, esso sembra un insieme di contenitori, delle scatole multiaccessoriate, di cui fruire ed in cui entrare e da cui uscire senza affezionarsi affatto. Un nonluogo, per usare la celebre definizione di Marc Augé. Pur se fruito, nella passeggiata lungo il fiume, nel centro commerciale, nei ristoranti o nei parchi per bambini, il complesso è vissuto dai belgradesi come qualcosa di estraneo, un territorio dove si va in trasferta, come tecnicamente è dopotutto, visto che non è gestito dalla città di Belgrado.
Il Waterfront, una modernità ben risaputa
Che idea di società e di futuro ha chi promuove un intervento come il Waterfront? Quale messaggio intendeva trasmettere e quale è effettivamente arrivato alla popolazione? Se l’obiettivo era mostrare la modernizzazione del paese, quale idea di modernità è stata sviluppata? Alla fine è emersa una modernità intesa come benessere materiale, consumi affluenti, esibita cura di sé, separatezza sociale, edonismo instagrammabile in cui al centro c’è il singolo individuo in ascesa economica o al massimo la giovane famiglia benestante da depliant, scevri dal sentirsi parte di un progetto sociale, come nel caso di Novi Beograd, o alla ricerca di tempi di vita più riflessivi, come a Cerak Vinogradi. Si dirà che sono tendenze globali. Certamente. Ma non era inevitabile che la riqualificazione di tanta parte del territorio cittadino portasse a benefici tanto trascurabili per la cittadinanza nel suo complesso. Il Waterfront è stato così vissuto dai cittadini serbi, belgradesi e non, come una grande sottrazione di territorio, di potere di decisione e di controllo, come anche di accesso al mercato immobiliare, a causa della correlata crescita dei prezzi degli immobili e dell’assenza di interventi di edilizia sociale. Ed ecco che emerge il paradosso politico del Waterfront: proprio il partito che si presenta come tutore dell’identità e della storia del popolo serbo, ha supportato un progetto immobiliare senza alcun collegamento con l’identità architettonica della capitale serba; proprio il leader politico che rimarca costantemente la sua vicinanza alla vita delle persone semplici, ha creato un’oasi per i ricchi; proprio il Presidente della Repubblica che costantemente richiama alla tutela dei confini e della sovranità nazionale ha ceduto un pezzo pregiato di territorio a una multinazionale dello sviluppo immobiliare.
Nato come vero e proprio flagship project, progetto bandiera dell’attuale assetto di potere, pensato come esempio della capacità di pensare in grande e convogliare in Serbia capitali e competenze, la percezione del Belgrade Waterfront si è ribaltata ed ha finito per rappresentare nell’immaginario collettivo serbo l’essenza di un potere che crea separatezza sociale, promuove la nuova ricchezza senza farsi domande sulla sua origine, predilige gli interessi e i capitali degli stranieri rispetto ai bisogni dei cittadini comuni. Insomma, a tanti questo complesso immobiliare mastodontico è sembrato svelare la reale agenda politica, sociale ed economica dell’attuale potere. E se tra i contorni e le luci dei grattacieli del Waterfront tanti serbi hanno scorto le tare antiche della politica nazionale, quali corruzione, arbitrarietà, nepotismo, non li si può accusare di non saper apprezzare questa supposta modernità.
