Agli italiani conviene ancora investire in Serbia?

“Essì, se vieni in Serbia ti danno 10,000 euro a fondo perduto per ogni posto di lavoro che apri e le banche ti riconoscono interessi sui depositi fino all’11% annuo”. Mancano la batteria di pentole in acciaio inox e il copripiumino in regalo per sentirsi nella più selvaggia delle televendite per fortunati imprenditori in cerca di avventure all’estero.
Tutto questo sarebbe tanto ridicolo da risultare irrilevante, se non ci fossero ancora società e “consulenti” italiani che dalle loro pagine ben posizionate su internet propongono queste favole stantie sulla Serbia, che sono più e peggio della pubblicità ingannevole, indice di un atteggiamento verso il paese balcanico che ha condizionato le attese di tanti italiani verso il paese.
Chi crogiola sulla nutrita presenza di imprese italiane in Serbia non ha contezza di quante imprese in questi anni non abbiano finalizzato le loro ipotesi di sviluppo in Serbia perché hanno trovato un paese meno a buon mercato di quanto pensavano e con più complessità di quanto tale supposta economicità faceva loro immaginare. E non parliamo di piccoli imprenditori in fuga dalle cartelle di Equitalia, parliamo di imprese con fatturato da decine se non centinaia di milioni di euro.
I limiti che hanno frenato un’espansione italiana in Serbia ancora più importante sono stati essenzialmente di ordine culturale. I titolari di tante imprese che vedevano nell’internazionalizzazione una strada obligata per la loro crescita e nella Serbia il paese che poteva consentire un percorso compatibile con i loro budget e la loro organizzazione sono poi mancati in due passaggi fondamentali: la volontà di una comprensione del paese profonda, oggettiva e analitica, oltre i pregiudizi consolidati, gli auspici ottimistici e l’attesa messianica delle mitiche sovvenzioni statali; il mancato ingaggio di personale giovane, motivato e competente, da far risiedere in pianta stabile in Serbia per conoscere approfonditamente il contesto economico- sociale e costruire la rete di relazioni istituzionali, di potenziali fornitori e collaboratori a supporto del progetto d’investimento
Mentre il fantasmagorico periodo delle sovvenzioni a pioggia è passato da un pezzo e i tassi bancari si sono di molto avvicinati a quelli dell’Eurozona, si manifestano nuove sfide che nessuna pagina web accalappiapolli evidenzia.

Il flagship store di LC Waikiki aperto lo scorso 29 settembre nel centro di Belgrado si sviluppa su cinque piani.

Un nuovo contesto competitivo
Negli ultimi due anni il settore tessile e calzaturiero, che resta il primo per numero di occupati in aziende a proprietà italiana, vede una forte crescita di investimenti turchi e cinesi, investimenti che puntano proprio a servire meglio in termini di volumi e di gamma i mercati europei di riferimento delle imprese italiane. Non si tratta di operazioni rapsodiche, ma sono il frutto di una strategia ponderata dei due paesi che hanno investito anche politicamente su Belgrado.

La Serbia si ritrova oggi al centro dell’asse Pireo-Budapest della “Road and Belt Initiative” e al contempo interlocutore privilegiato e non conflittuale della visione neottomana nei Balcani di Recep Tayyip Erdoğan. Così si inquadrano gli investimenti del tessile turco a Kraljevo, Arilje, a Smederevo, a Cuprija, a Lebane, a Babusnica e Pirot, a Nis, oltre che a Novi Pazar. Agli investimenti produttivi si accompagnano anche gli investimenti nel retail ben rappresentati dal flagship store di LC Waikiki a Knez Mihajlova e l’espansione nell’area del marchio Koton. Nel complesso non meno di diecimila posti di lavoro nei prossimi due anni.

Il 21 ottobre 2018 il Presidente della Serbia Vucic ha visitato la turca Eurotay di Kraljevo che pianifica di assumenrefino a 2500 lavoratori in due anni.

Da parte cinese, mentre l’investimento a Cuprija della Eurofiber per ora è quasi di nicchia, l’investimento a Vranje del gruppo Weibo potrebbe generare fino a 6000 occupati.
Il recente e intenso afflusso di investimenti ad alta intensità di lavoro pone un problema urgente in termini di reperibilità, qualità e costo della manodopera. La Serbia sta raggiungendo rapidamente anche in campo manifatturiero un punto di tensione nel rapporto tra offerta e domanda di lavoro che sfocerà in una crescita della dinamica salariale. Di qui a breve il problema non sarà più come riuscire a ridurre l’assenteismo o incentivare agli straordinari ma quello di trovare i lavoratori. E questo non perché grazie a qualche miracolo economico la Serbia arriverà alla piena occupazione, ma semplicemente perché già scarseggeranno i lavoratori disponibili a lavorare in fabbrica per i salari da sopravvivenza attuali. La stessa Agenzia di Sviluppo della Serbia ha cambiato la filosofia degli incentivi, scegliendo di cofinanziare l’incremento dei salari e non di premiare il posto di lavoro a prescindere dall’entità del salario.
A queste dinamiche portate dai nuovi flussi di investimento bisogna aggiungere la politica di drenaggio di personale anche solo mediamente qualificato portata avanti da paesi come Austria e Germania. La seconda città del paese, Novi Sad, non riesce a trovare più autisti per i suoi autobus pubblici e solo lo scorso anno sono stati consegnati dal consolato di Subotica 22.000 passaporti ungheresi a per lo più giovani serbi pronti a giocarsi le loro competenze e la loro voglia di fare in Unione europea.
Sovente le imprese austriache, tedesche e scandinave piuttosto che aprire ex novo nuove imprese in Serbia hanno prima stipulato accordi strategici di fornitura, per poi passare al trasferimento di competenze e al cofinanziamento di macchinari e giungere infine a rilevare una quota spesso maggioritaria del loro fornitore serbo. Questa soluzione strategica ha consentito di saltare i costi di avviamento e di concentrare gli impegni economici nel trasferimento di tecnologie e di competeze tecniche e organizzative. Oggi in Serbia vi sono imprese capaci di forniture di altissima qualità nel settore della meccanica, della carpenteria metallica e della componentistica di precisione ma legate spesso in maniera esclusiva ai loro clienti/soci del Nord Europa.

Anche in Serbia vi sono imprese manifatturiere che utilizzano tecnologie di produzione all’avanguardia.

Che la Serbia resterà un paese con la forza lavoro tra le più competitive in Europa non vi è dubbio, ma queste dinamiche dovranno spingere gli imprenditori che operano o che intendono espandersi nel paese a ripensare gli assunti che hanno contraddistinto finora tanti investimenti. La Serbia non è neanche più un paese distratto da un punto di vista fiscale. L’imposizione sui redditi di impresa resta bassa al 15%, ma grazie alla digitalizzazione e alla messa a sistema dei vari uffici pubblici controlli e sanzioni stanno diventando più rigorosi. Bastano pochi mesi di ritardo nella consegna della documentazione mensile per vedersi sospeso il numero fiscale, mentre molti “uomini d’affari” pensano ancora che si possa aprire una società in Serbia e poi dimenticarsene in attesa di occasioni propizie. Effetti della digitalizzazione che ha imboccato il paese: cinque anni fa si potevano depositare bilanci che non quadravano con un rischio remotissimo di verifica mentre oggi la verifica è immediata.

Nuove sfide e nuove opportunità
Incremento delle complessità dunque, in termini di costo del lavoro, di ricerca e trattenimento dei collaboratori più brillanti, di rispetto rigoroso di scadenze e obblighi fiscali di gran lunga agevoli se comparati al ginepraio italiano. Ma anche aumento della concorrenza, con nuovi attori internazionali che hanno rapidamente saputo costruire una relazione proficua e forte con la leadership politica serba. In Serbia vi è una concentrazione di interessi geopolitici ed economici per nulla scontata in un paese piccolo e relativamente povero. Una politica estera in qualche modo orientata a un multilateralismo di stampo post-titoista ha portato la Serbia ha rafforzare negli ultimissimi anni i rapporti con paesi come India, Iran, Indonesia, Sud Corea e a rafforzare costantemente i legami con Russia, Cina ed Emirati.
In questa scacchiera sempre più affollata l’Italia non organizza una visita di un suo primo ministro in Serbia dal 2012, quando Mario Monti in quell’occasione ricordò che un suo predecessore mancava nel paese dal 2000. Questi fatti la dicono lunga sull’importanza che per l’Italia riveste la tanto sbandierata amicizia con la Serbia. Certo, i rapporti tra paesi non si valutano solo in base alle visite dei primi ministri, ma esse restano un indice importante per capire se un paese è considerato strategico o meno.
L’Italia è pressoché assente nell’impetuosa crescita dell’immobiliare e del turismo a Belgrado. Nelle infrastrutture si è vista erodere il vantaggio di partenza a inizio anni Duemila non solo da cinesi, russi o austriaci ma anche da imprese azere. Nel campo dell’Information Tecnology e dello sviluppo software le imprese italiane presenti si contano sulle dita di una mano. Nell’agricoltura le esperienze di Ferrero a Sombor e della famiglia Bennet a Zajecar sono isole, mentre l’enorme patrimonio nazionale in termini di competenze e capacità organizzative viene solo in minima parte trasferito alla Serbia grazie agli efficaci programmi di twinning del Ministero dell’agricoltura italiano.

In questo momento ogni quartiere di Belgrado conta le sue gru, indice della forte crescita del settore immobiliare.

La lista dei settori dove la presenza italiana potrebbe essere molto più forte e strutturata è ben più lunga di questi spunti, ma credo che da essi appare chiaro come il potenziale che può offrire la Serbia al sistema produttivo e professionale italiano è ancora poco sfruttato.
Si tratterà però di cambiare l’approccio verso la Serbia e uscire da un certo atteggiamento un po’ “sbrindellone”, in cui l’unico parametro di valutazione di qualsiasi offerta e opportunità resta il contenimento dei costi.
Consapevoli che lavoro o energia tenderanno a crescere pur restando a costi competitivi, bisognerà ripensare il valore aggiunto che non potrà fermarsi alla leadership di costo. L’unica strategia di internazionalizzazione delle imprese italiane non può più essere quella di fare in Serbia a costi più bassi qualcosa che si sa fare a livelli eccellenti. Questa focalizzazione sulla mera efficienza produttiva ha portato a vedere in maniera meccanica gli investimenti italiani, visti quasi come il mero spostamento di un capannone in un posto dove costa meno produrre.
Non si è pensato abbastanza alle innovazioni di prodotto che potevano essere elabarate in Serbia, magari grazie alla collaborazione con l’Università, con costi ridotti che potevano consentire sperimentazioni meno onerose. Non si è pensato abbastanza a ingaggiare talenti serbi da inserire anche in ruoli direttivi nell’organigramma aziendale della capogruppo e non solo nella controllata locale. Non si è pensato abbastanza a innovare le catene di fornitura, attraverso accordi organici con imprese serbe

Nello scenario competitivo che abbiamo tratteggiato il rilancio della presenza italiana in Serbia non potrà essere un mero incremento quantititativo del numero delle imprese presenti o un’operazione totemica come l’arrivo di Fiat nel 2008. Vi è piuttosto la necessità di attivare un cambiamento della percezione del sistema-paese Serbia, operazione che potrebbe essere seguita solo attraverso uno sforzo congiunto delle istituzioni italiane e serbe. Solo un cambiamento delle attese e delle prospettive di chi intenderà investire in Serbia potrà rivelare le opportunità che finora sono sfuggite ed evitare almeno alcuni errori di valutazione per i quali molti progetti si sono arenati.

Biagio Carrano, direttore del Serbian Monitor e della eastCOM Consulting 

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