di Biagio Carrano
A una settimana dall’oceanica manifestazione del 15 marzo a Belgrado, forse la più grande di natura politica mai tenuta in Europa, è tempo di studiarne alcune lezioni.
Da quattro mesi sospese le lezioni universitarie in Serbia. Salgono in cattedra gli studenti, anche medi, tengono lezioni, anche itineranti, in città, paesi e finanche villaggi, su concetti negli ultimi anni poco approfonditi nel paese: “Stato di diritto”, “Divisione dei poteri dello Stato”, “Lotta alla corruzione”, “Libertà di parola”, “Diritto allo studio”, “Partecipazione politica”, “Indipendenza dei media“, “Autonomia della Magistratura”, “Uguaglianza”. Lezioni con poca teoria e molta pratica. Aggregano insegnanti e professori, avvocati, autisti di mezzi pubblici, contadini, come anche informatici e imprenditori. La lezione più affollata si è tenuta sabato 15 marzo: in centro a Belgrado si sono assembrate oltre mezzo milione di persone, per far sapere che vogliono attuare questi concetti nel paese, nonostante c’è chi dice che dovrebbero essere contenti perché nei negozi possono trovare tanti prodotti, anche se spesso al doppio rispetto ad altre capitali dal reddito medio molto più alto.
Ma le lezioni degli studenti serbi non sono rivolte solo ai loro concittadini. Ci sono almeno dieci lezioni che valgono per chiunque voglia capire non dove va la Serbia, ma dove sta andando il mondo, perché sono lezioni che vengono dal futuro, come ogni cosa che viene dai giovani.
Anche il Mossad si è scomodato per stimare che un milione di persone ha richiesto le dimissioni di Vucic.La prima lezione ha come tema “Diritti”, ed è rivolta non ai politici del loro paese, ma a quelli dell’Europa cosiddetta occidentale, che spesso guardano ai Balcani con un misto di disdegno e senso di superiorità: in tempi di crisi della democrazia, i giovani di un paese dalla storia democratica breve e accidentata hanno saputo portare in piazza oltre 500.000 persone (il Mossad è arrivato a parlare di un milione di partecipanti) ovvero una delle più grandi manifestazioni pacifiche che la storia d’Europa abbia mai visto. Non a Parigi, a Londra o a Berlino (a Roma, nello stesso giorno, sparuti 30.000 cittadini manifestavano ciascuno per una sua diversa idea di Europa), ma in un paese da sempre ritenuto non in grado di meritare un vero e proprio stato di diritto per qualche sorta di ritardo culturale o addirittura antropologico. I concetti sostenuti dalla marea dei manifestanti serbi dovrebbero anche far riflettere Bruxelles, perché puoi armarti come e quanto vuoi, ma prima di tutto i tuoi cittadini devono ricordarsi perché dovrebbero farlo.
Il principale quotidiano italiano mette in un unico calderone le proteste di diversissima origine in corso nei vari paesi dell’area, finendo per creare confusione.La seconda lezione si intititola “Pregiudizio”, è rivolta ai tanti balcanologi che pur di ottenere visibilità sui media presentano ricorsivamente i Balcani prossimi a una nuova guerra o come una “polveriera pronta ad esplodere” o come un’area semplicemente incomprensibile perché mal si adatta alla balcanizzazione dei fatti che propinano ai loro lettori: una macedonia confusa e contraddittoria che non aiuta a capire ma solo a liquidare questa parte d’Europa come irredimibile. E queste letture distorte e ansiogene sono esattamente speculari ai messaggi ansiogeni che diffondono i leader politici di vari paesi dell’area che si presentano come gli unici capaci di tenere a bada chissà quali istitnti ctonii dei loro popoli. L’oltre mezzo milione di cittadini pacifici ha smentito anche questa narrazione che cerca di ingabbiarli in una rappresentazione degradante.
Coraggio è il titolo della terza lezione, ispirata da un giovane che cinquecento anni fa scriveva:
“…vorrei invece soltanto capire come sia possibile che tanti uomini, tanti paesi, tante città, tante nazioni, a volte sopportino un solo tiranno, che non ha altra potenza se non quella che essi gli concedono; che non ha potere di nuocere, se non in quanto essi hann
o la volontà di sopportarlo; che non saprebbe far loro alcun male, se essi non preferissero subirlo anziché contrastarlo. Si tratta di una cosa enorme, certo, e tuttavia talmente comune da doversene più affliggere che stupire: vedere un milione di uomini servire in modo miserabile, il collo sotto il giogo, non costretti da una forza superiore, ma in qualche modo (così sembra) incantati e affascinati dal solo nome d’uno, di cui non devono temere la potenza, poiché è solo, né amare le qualità, poiché è inumano e selvaggio nei loro riguardi.”.
Ma il milione di persone di cui parlava Étienne de la Boétie nel Discorso della Servitù Volontaria è sceso in piazza sabato scorso proprio per dire che non ha più paura e che dietro ai tanti scesi in piazza ce ne sono tanti altri che si stanno liberando dalla paura. E quando scopri che quello che tu pensavi essere custodito nelle menti di una minoranza è diffuso tra tantissimi, viene meno la cospirazione continua del conformismo che tiene in piedi tanti assetti di potere in tanti paesi.
La difesa e valorizzazione delle “Istituzioni” è stato il tema della quarta lezione. In una fase in cui un certo anarcocapitalismo tecnocratico vuole smontare la stessa idea di Stato, le proteste in Serbia hanno richiesto a gran voce istituzioni forti, autonome dal potere politico, competenti e oneste. Sfida che può sembrare astratta, ma non in un paese dove negli ultimi tre lustri le istituzioni sono state più che mai colonizzate solo da chi aveva in tasca la tessera politica giusta. Può un paese affrontare le sfide geopolitiche attuali senza una classe dirigente leale verso lo Stato e non caninamente fedele al capo politico di turno? Le richieste di fedeltà assoluta al partito predominante hanno disincentivato molti giovani preparati dal lavorare direttamente in ruoli apicali per la pubblica amministrazione serba. La conseguenza è stata una selezione in cui l’appartenenza partitica prevaleva sulle competenze. Le piazze di sabato scorso chiedevano più Stato e meno partito, anzi partiti, compresi quelli di opposizione, considerati tutti colpevoli di aver eroso e delegittimato le istituzioni statali.
E dunque arriviamo al quinto tema: “Patria”. Decine e decine di migliaia di tricolori serbi riepivano le piazze di Belgrado, indice di un rifiuto a trasformare il patriottismo in nazionalismo: non una sfida verso l’esterno per sviare dai problemi interni, ma uno sguardo all’interno del proprio paese per riformarlo e renderlo più forte perché legittimato da politici, amministratori e burocrati capaci e integri.
Le piattaforme di comunicazione digitale hanno avuto un’impatto enorme in termini di sviluppo del consenso e dell’organizzazione.“Piattaforma” è il termine per la sesta lezione. Le proteste non sono promosse da un comitato direttivo o da un vertice riconosciuto, ma sono una piattaforma dove i vari organismi della protesta intersecano e moltiplicano il loro impatto. Evitando accuratamente di sviluppare dei leader riconoscibili della protesta e dunque rinunciando alla logica broadcast (ovvero da uno a molti) dei media di massa (Tv, giornali, radio), la piattaforma si interfaccia facilmente con piattaforme di comunicazione come Instagram, X, Threads, Tiktok e con ogni sistema di messaggistica uno a uno o i relativi canali tematici. Si tratta di un modello organizzativo estremamente innovativo, finora testato nella pratica politica poche volte, un modello rizomatico pensato filosoficamente da Deleuze e Guattari quasi 50 anni fa ma reso possibile solo dalle piattaforme digitali attuali.
Ogni piattaforma punta ad avere quanta più “Partecipazione“, tema della settima lezione. Vi è un tipping point oltre il quale le adesioni diventano irrefrenabili e non più bandibili, ma per arrivare a quel punto + necessario che le proteste nascano da bisogni profondi. Puoi anche fare growth marketing e analisi predittive per scalare rapidamente l’algoritmo, puoi essere anche il guru delle rivoluzioni colorate, il Convitato di pietra inviso agli autocrati, l’Innominabile cui spesso si allude nei discorsi dei vertici politici del paese, insomma un Srdja Popovic con la sua CANVAS, ma se non c’è alla base il fatto che la stragrande maggioranza dei cittadini davvero non ne può più della corruzione, dei tanti abusi di potere e degli effetti diretti e indiretti sulla loro vita di tutti i giorni, non si potrà mai arrivare a portare a protestare in piazza un decimo di tutti gli abitanti di un paese.
L’ottava parola è “Responsabilità“, il cui aggettivo in serbo, nadležan, può significare anche “competente”. I giovani serbi si chiedono che futuro possano avere in un Stato che si indebita per realizzare a costi gonfiati opere pubbliche insicure che tra cinque, dieci o quindici anni dovranno essere rifatte, ricorrendo, se sarà possibile, ad altro debito. E infatti è più facile sguinzagliare i giudici con qualche arresto saltuario che introdurre un rigoroso sistema di selezione dei manager pubblcii; è più facile far dimettere qualche ministro (e farlo poi riparare all’estero) che far funzionare a dovere l’Asset Recovery Office nazionale, ovvero l’ufficio (finanziato già da un decennio dall’Unione europea) che dovrebbe monitorare le attività sospette di riciclaggio di denaro; è più facile dichiarare di aver ascoltato la piazza che emanare un’efficace legislazione di controllo degli appalti pubblici, capace di far risparmiare soldi allo Stato, garantire tempi certi e soprattutto qualità e sicurezza delle opere realizzate.
Arriviamo così alla nona lezione: come si costruisce la “Legittimità” in una società post-moderna, ovvero senza più grandi ideali e indirizzi politici, post-industriale, ovvero senza più il modello occupazionale fabbrica-ufficio, post-massmediatica, ovvero dove i mezzi di comunicazione di massa non incidono più sulle decisioni e sui comportamenti della stragrande maggioranza delle persone? Fino a quando le elite politiche ed economiche potranno pensare che la finzione democratica rappresentativa (che funzionava n
el mondo di ieri dei “post” precedenti) possa garantire non solo la legittimità, ma la lealtà di una popolazione ai suoi governanti, quando poi l’affluenza ufficiale alle urne supera di poco il 50%? Dal punto di vista meramente rappresentativo, un governo democraticamente eletto che accetta le richieste degli autoproclamati rappresentanti di un gruppo sociale, ovvero gli studenti, è un assurdo politico. Ma non più oggi, perché da entrambi i lati c’è la consapevolezza che vi sono piani di legittimità che superano l’esito del processo elettorale. Sbaglia dunque Branko Milanovic a ritenere che lo sbocco elettorale sia l’unico possibile. Questo poteva valere cinquant’anni fa, ai tempi dei movimenti studenteschi del ‘68, quando sovente quei movimenti, per lo più concentrati in determinate aree e fasce sociali urbane, si rivelarono inconsistenti alla prova elettorale. Ma oggi le piattaforme arrivano ovunque, anche nel villaggio più remoto, e anche la nonnina semianalfabeta riceve sul suo Viber un meme che orienta la sua attitudine verso fatti o persone. Il concorso elettorale non è più l’unico parametro per valutare il consenso e dunque la legittimazione politica. Non serve a nulla proporlo a cadenze parossistiche, oramai ogni 18 mesi, come in Serbia. Iniziative, proteste, obiettivi possono svilupparsi sulle piattaforme sociali in poche settimane e diventare talmente predominanti che la classe politica non può non tenerne conto. Supporre di risolvere tutto con il ricorso alle urne è meno inefficace che ignavo, indice di incapacità o di pigrizia nel capire le nuove dinamiche delle istanze sociali.
Arriviamo così alla decima lezione, che riguarda la “Coesione sociale“. La politica, l’attuale personale politico a livello internazionale, è ancora capace di elaborare i bisogni dei cittadini, comprendere per tempo le dinamiche della società e definirne gli indirizzi? Le istituzioni statali occidentali e i loro principi di funzionamento, elaborati e definiti in alcuni casi addirittura secoli fa, sono adeguati al quadro sociale e ai modelli di vita attuali? La loro riforma può passare solamente attraverso un rafforzamento del potere esecutivo per essere più in linea con la velocità dei cambiamenti oppure è possibile non ridurre gli spazi di coinvolgimento dei cittadini e attivarli in modalità diverse rispetto al tradizionale momento elettorale? Si può ignorare un evento storico come quello di sabato 15 marzo, relegandolo a protesta senza sbocco politico, senza capire che quella marea di persone può paralizzare una nazione semplicemente rinunciando a studiare, insegnare, lavorare, rispettare regole o scadenze perché ritiene che l’indirizzo del paese sia sbagliato e vada tirato il freno a mano della non collaborazione? La capacità delle piattaforme di comunicazione sociale di far scalare una protesta fino a dimensioni inusitate è un fatto con cui ogni leadership politica dovrà fare i conti.
Ecco dunque: la manifestazione oceanica di sabato 15 marzo non è un residuo del passato, ma un prodromo del futuro. Gli studenti serbi hanno tenuto le loro lezioni e continuano a farlo, ora è il momento che i decisori serbi e internazionali dimostrino di averle capite.

Molto interessante come sempre, Biagio. Ed istruttivo. Peccato che, come dicevi all’inizio, tutto quel che succede in Serbia e genericamente nei Balcani venga trattato con pigrizia o con pregiudizio. Le lezioni, ahimè, per essere efficaci devono almeno essere ascoltate.
ancora una volta una lucida e tagliente analisi dei fatti. Dispiace osservare, ma non può non essere altrimenti, che le classi politiche al potere (ancor più nel mondo occidentale rispetto ai Balcani) tendono invece ad andare in senso totalmente contrario allo scopo di perpetuare il loro potere politico…… Sono convinto che però che il momento di rottura sia davvero vicino…………..