A Belgrado serata dedicata a Nizami GAnjavi

Sempre più crocevia di interessi economici e di identità culturali da tutto il mondo, Belgrado ieri sera ha celebrato il grande poeta persiano Nizami Ganjavi (nome completo Jamaluddin Abū Muḥammad Ilyās ibn Yūsuf ibn Zakī ibn Muʿayyid), vissuto tra il 1141 e il 1209 dell’era cristiana.

La serata, organizzata dal Centro culturale della Repubblica Islamica dell’Iran a Belgrado, ha visto un pubblico numerosissimo prendere posto nella sala conferenze della Biblioteca comunale per conoscere meglio una delle più alte voci della lirica persiana di tutti i tempi. Negli interventi del direttore del centro culturale iraniano Amir Purpezesk come del Dr. Amir Safari, lettore di lingua e letteratura iraniana presso l’Università di Belgrado, è stata tratteggiata la figura che si staglia tra le cinque colonne della lirica persiana classica, assieme a Firduzi, Sa’di Shirazi, Rumi e Hafez Shirazi.

Di Ganjavi è arrivato integro a noi sopratutto il celebre Quintetto, cinque opere, di argomento e tematiche varie scritti di distici a rima baciata (masnavi), ovvero:

  • Makhzan al-asrār (Emporio dei segreti) di argomento mistico-religioso;
  • Khosrow e Shirin, di tono romanzesco, il cui titolo deriva dai nomi di una delle più celebri coppie delle lettere persiane;
  • Layla e Majnun, altro romanzo in versi, che ha per protagonista un’altra coppia celebre già nota alla tradizione letteraria araba;
  • Eskandar-name (Alessandreide), che narra la vicenda orientale di Alessandro in oltre 10 000 versi, diviso a sua volta in due parti: lo Sharaf-name (Lìbro della gloria), sulle imprese guerresche del greco re; Eqbal-name (Libro della fortuna) sull’Alessandro filosofo e profeta (identificato dagli esegeti con il coranico Dhu l-Qarnayn della sūra XVIII del Corano), e
  • Haft Peykar (Le sette effigi), “romanzo di formazione” che ha per protagonista il sovrano sasanide Bahram Gur (Vahram V) del IV secolo. In quest’ultima opera viene narrata una delle più antiche versioni conosciute della storia di Turandot, nome persiano che significa “figlia del Turan”, ripresa poi da Puccini nella sua celeberrima opera lirica.

Ganjavi è un poeta che ha lasciato un lascito fondamentale nel sistema sapienziale del Vicino Oriente. Molti sui distici sono diventati detti comuni e oggetto di riflessione e di crescita interiore per milioni di persone. Ne ricordiamo qui alcuni:

“Qualsiasi cosa ci accada ha il suo significato, anche se spesso ci è difficile coglierlo. Nel Libro della Vita ogni pagina ha due lati. In una noi scriviamo i nostri piani, i nostri sogni, le nostre speranze; l’altra pagina è scritta dalla provvidenza, che raramente incrocia i nostri desideri”

“Anche se non amiamo mostrare le nostre debolezze al mondo, dobbiamo avere amici, sinceri e veri come gli specchi, capaci di rivelare i nostri errori affinché possiamo affrontarli e sanarli. Che io sia il tuo specchio”

“Quel che abbiamo e quel che possediamo non è nient’altro che un prestito e nemmeno a lungo termine! Non attaccarti a quanto ti è stato dato, perché gioia e desiderio del possesso sono fili che ti legano al mondo fugace”.

Nella sterminata opera di un poeta ancora poco conosciuto nei paesi occidentali, vi sono infiniti rimandi ad antichissimi racconti orientali e a riflessioni etiche che affondano le radici nel mondo greco classico: un patrimonio che merita di essere approfondito, per arricchire la nostra capacità di capire le ragioni degli uomini e di affrontare gli eventi dell’esistenza.

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