A Belgrado l’ultimo saluto a Ratko Mladić: “Per noi è un eroe”. Foto e testimonianze.

Di Emilija Rozgić

Dalle prime ore del mattino, veterani di guerra, cittadini arrivati dalla Republika Srpska e sostenitori dell’ex comandante dell’Esercito della Republika Srpska si sono radunati davanti alla chiesa di San Luca, nel comune di Čukarica a Belgrado, per rendere omaggio per l’ultima volta a Ratko Mladić. Serbian Monitor ha raccolto le testimonianze di alcune delle persone presenti.

Dalle prime ore di questa mattina, la chiesa di San Luca, nel comune di Čukarica, a Belgrado, è stata il punto di ritrovo di molte migliaia di persone arrivate per rendere l’ultimo omaggio a Ratko Mladić. Il corpo dell’ex comandante dello Stato maggiore dell’Esercito della Republika Srpska è stato esposto nella chiesa prima del corteo funebre diretto al cimitero di Topčider, dove Mladić è stato sepolto nel pomeriggio.

Tra le persone presenti, non meno di 20.000, c’erano soprattutto uomini, molti dei quali veterani della guerra in Bosnia ed Erzegovina, ma non mancavano i giovani. Molti aderenti a gruppi di tifosi hanno organizzato un corteo senza bandiere che ha scandito molte volte il nome di Ratko Mladić. Numerosi partecipanti erano arrivati dalla Republika Srpska. Parlando con le persone riunite davanti alla chiesa, emergeva soprattutto un sentimento di riconoscenza e venerazione nei confronti di Mladić.

Uno dei presenti, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha definito Mladić “un eroe del popolo serbo”. Secondo la sua ricostruzione, il generale avrebbe impedito “un massacro del popolo serbo” e avrebbe contribuito anche a fermare l’avanzata di forze che, a suo giudizio, rappresentavano una minaccia per l’Europa. “Anche l’Europa dovrebbe essergli grata”, ha sostenuto il nostro interlocutore, affermando che Mladić avrebbe impedito che il fascismo si diffondesse ulteriormente in Europa. Ha inoltre sostenuto che il generale avrebbe salvato numerosi croati durante la guerra, sottolineando che oggi nessuno parla di questi episodi, mentre dalla Croazia continuano ad arrivare, a suo dire, numerosi commenti e messaggi offensivi nei confronti della Serbia.

Mladić è stato condannato dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e successivamente in appello per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, compreso il genocidio di Srebrenica e il ruolo nell’assedio di Sarajevo. È morto il 27 agosto all’Aia mentre stava scontando una condanna all’ergastolo.

“Era un eroe e mi ha personalmente conferito un’onorificenza”

Tra coloro che hanno voluto parlare con Serbian Monitor c’era anche un veterano di guerra che ha prestato servizio sotto il comando diretto di Ratko Mladić. L’uomo ha raccontato di essere stato personalmente decorato dal generale e di aver voluto essere presente a Belgrado per salutarlo per l’ultima volta. “Per me il generale è un eroe”, ha detto. Nel ricordare il processo dell’Aia, il veterano ha inoltre sollevato interrogativi sul ruolo dei giudici e sull’esito del procedimento, ponendo la domanda: “Che cosa sarebbe successo se i giudici fossero stati sei invece di due? Quale sarebbe stato il risultato?”. Per il veterano, il processo dell’Aia non avrebbe rappresentato una valutazione imparziale delle responsabilità di tutte le parti coinvolte nella guerra.

Un altro ex soldato che ha combattuto sotto il comando diretto di Mladić ha insistito invece sul rapporto tra il generale e i suoi uomini. Secondo la sua testimonianza, Mladić “si prendeva cura di ogni soldato come se fosse suo figlio”, riferendosi ai circa 7.500 militari che, a suo dire, erano sotto la sua responsabilità. L’uomo ha inoltre sostenuto che i soldati che hanno prestato servizio sotto Mladić potrebbero testimoniare sul trattamento riservato ai prigionieri di guerra. Secondo lui, i prigionieri sarebbero stati trattati conformemente alle Convenzioni di Ginevra, assistiti dalla Croce Rossa. Anche in questo caso si tratta della testimonianza personale di un ex combattente presente alla cerimonia.

“Perché altri comandanti sono stati assolti?”

Il tema della disparità di trattamento tra le diverse parti del conflitto è emerso più volte nelle conversazioni davanti alla chiesa. “Ci sono state vittime da entrambe le parti”, ha osservato uno degli ex combattenti, chiedendosi perché comandanti come Naser Orić siano stati assolti mentre Ratko Mladić è stato condannato.

Per gli uomini intervistati da Serbian Monitor, il Tribunale dell’Aia è stato invece percepito come un’istituzione ostile ai serbi. Uno dei veterani è arrivato ad affermare che “l’obiettivo del Tribunale dell’Aia è la distruzione del popolo serbo” e che il tribunale sarebbe “contro il popolo serbo”.

Tra i presenti c’era anche una donna che aveva partecipato alla guerra e che ha voluto ricordare Mladić esclusivamente in termini positivi. Come gli altri intervistati, ha parlato del generale come di una figura che, nella propria esperienza, rappresentava la difesa del popolo serbo.

Queste convinzioni spiegano in parte perché, a più di trent’anni dall’inizio delle guerre jugoslave, la figura di Mladić continui a suscitare sentimenti di forte identificazione in una parte della popolazione serba e, in particolare, tra molti cittadini della Republika Srpska.

Una memoria della guerra ancora profondamente divisiva

Le testimonianze raccolte questa mattina davanti alla chiesa di San Luca mostrano quanto la memoria di Ratko Mladić rimanga ancora profondamente divisiva. Per i suoi sostenitori, la sua figura continua a rappresentare la resistenza e la difesa del popolo serbo e la giornata di oggi è stata vissuta come un momento di lutto e di omaggio.

Il funerale si è concluso nel pomeriggio al cimitero di Topčider, dove Mladić è stato sepolto accanto alla figlia Ana. La cerimonia si è svolta con gli onori militari e il corteo funebre è stato accompagnato dalle bandiere della Serbia e della Republika Srpska, con la partecipazione di numerose persone.

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