Intervista di Vucic per il Financial Times: “Sono ossessionato dal Kosovo”

Ultimamente, la Serbia ha affrontato numerose questioni cruciali, dal problema con il Kosovo, all’essere accusata di “sedersi su due o più sedie” per promuovere buone relazioni sia con l’Occidente che con l’Oriente. Inoltre sono presenti numerosi ostacoli politici ed economici interni. Nel loro articolo, Lionel Barber e Ben Hall del rinomato Financial Times ci forniscono la loro visione della situazione.

“Dal balcone del suo ufficio presidenziale nel Palazzo Nuovo di Belgrado, Aleksandar Vucic sorveglia i giardini ben curati presenti di sotto.

Peoprio da qui, sussurra, il Re Aleksandar e la Regina Draga di Serbia furono defenestrati in un colpo di stato nel 1903. Quando il re si aggrappò alla balaustra le sue dita furono tagliate via; il corpo di sua moglie mutilato. “Nessun Aleksandar è mai sopravvissuto al potere”, dice Vucic, con un tocco di melodramma. Le sue parole sono un ricordo non troppo sottile dei vincoli che il sedicente modernista affronta mentre imbocca la via della riforma economica, della stabilizzazione politica e, un giorno, della potenziale adesione all’UE. Un precedente leader serbo filo occidentale, Zoran Djindjic, fu assassinato nel 2003, si sospettata che sia rimasto vittima di un’organizzazione criminale. Il destino occidentale della Serbia è lontano dal essere assicurato: da “stato altalenante” nei Balcani, tradizionalmente ha sempre scommesso tra le potenze europee, la Russia e, nel 19° secolo, la Turchia ottomana. Inoltre, il Signor Vucic, un armadio di un uomo alto 1.99 m, rimane una figura ambigua. Ha iniziato in politica come un brigante ultra nazionalista  promettendo dopo il massacro di Srebrenica nel 1995 che “per ogni serbo ucciso, noi uccideremo 100 musulmani”. Vucic è stato anche Ministro dell’Informazione sotto Slobodan Milosevic, il leader serbo accusato di crimini di guerra, e ha promosso l’espansionismo serbo nell’ex Jugoslavia.

La maggior parte dei serbi considera la provincia meridionale del Kosovo, a maggioranza albanese, luogo di nascita della nazione © Reuters

Ma nel 2008, Vucic e alcuni altri colleghi hanno rotto con Vojislav Seselj, l’ideologo nazionalista radicale, e hanno fondato il partito progressista serbo pro-UE (SNS). “Uno inizia a chiedersi se questi ideali radicali siano le uniche cose per cui valga la pena combattere”, dice del suo passato. Oggi Vucic sostiene l’adesione all’UE come catalizzatore del cambiamento, e come prova definitiva che la Serbia è sfuggita all’incubo degli anni di Milosevic segnati dal fanatismo nazionalista, dai bombardamenti della NATO in Jugoslavia, dall’iperinflazione e dai dilaganti signori della guerra. “Un’altra guerra rovinerebbe questo Paese e distruggerebbe il futuro del popolo serbo per sempre”.

Ma per aderire all’UE, Vucic deve prima risolvere lo stato contestato del Kosovo, la provincia meridionale a maggioranza albanese, la cui dichiarazione di indipendenza del 2008 da Belgrado è stata riconosciuta dalla maggior parte delle potenze occidentali. La maggior parte dei serbi, tuttavia, la considera ancora come il luogo di nascita della nazione e della chiesa ortodossa serba. Molti rimangono fermamente contrari alla secessione. “Sono ossessionato dal Kosovo”, confessa Vucic. “Senza risolvere questo problema tutto ciò che ho realizzato fino ad ora non sarà sostenibile. La prima crisi ci ucciderà”.

La Serbia in numeri

 

4%
Obiettivo del Governo per la crescita del PIL nel 2018
12,9%
L’attuale tasso di disoccupazione quasi dimezzato dal 2012
30.000
Numero di serbi che lasciano il Paese ogni anno

Si potrebbe dire “corteggiato” dalla Cina e dagli Emirati Arabi Uniti, Vucic, 48 anni,  alleato serbo occasionale della Russia, è ora preso in considerazione anche dai leader dell’UE, e in particolare dalla tedesca Angela Merkel che lo ritiene come unico in grado di portare il suo Paese nel mainstream europeo. I critici ribattono che l’UE abbia stretto un patto faustiano con il Signor Vucic. La speranza è che lla prospettiva dell’adesione possa indurre le riforme, con la prospettiva di aderire all’UE entro il 2025. Ma ciò significa incontrare condizioni rigide per rafforzare le istituzioni democratiche e contrastare la corruzione, nonché di risolvere anche la questione del Kosovo. Quest’anno potrebbe essere decisivo, a partire dal Summit  dei leader dell’UE e dei Balcani occidentali a Sofia, di questo giovedì, destinato a dare nuovo slancio all’allargamento del blocco.
I cinici sospettano che Vucic stia facendo il doppio gioco e che l’UE lo accoglierà nell’interesse della sicurezza regionale. Dopo aver ottenuto il 55% dei voti nelle elezioni presidenziali dello scorso anno, è il “padrone” indiscusso dell’arena politica. Nove schermi televisivi nel suo ufficio suggeriscono che Vucic sia un uomo che tiene d’occhio tutto e tutti. Alcuni temono che possa finire come un altro Viktor Orban, il leader ungherese liberale diventato nazionalista, che ha rispettato le regole dell’UE per ottenere l’adesione solo per poi attaccarlo dall’interno. “Il paragone”, dice Vucic, “è al 99% una schifezza”.

Un’altra analogia è quella con Viktor Yanukovich, l’ex presidente dell’Ucraina il quale giocò tra Russia e Unione europea fino a quando non  è stato destituito da una protesta popolare. Aleksandar Vucic è stato ospite d’onore di Vladimir Putin alla parata del giorno della Vittoria la scorsa settimana. Vucic inizia la sua giornata di lavoro con una lezione di russo alle 6 e 30 del mattino ma rigetta l’idea che egli possa essere “la quinta colonna di Putin in Europa” e ricorda che ha sempre evidenziato a Putinc he “La Serbia rimane sul suo percorso europeo”. In generale, l’approccio di Vucic ricorda quellod el Maresciallo Tito, che nel Secondo Dopoguerra fondò il Movimento dei Paesi non Allienati e si pose come forza di equilibrio tra i poteri occidentali e il Cremlino.

Gli ottimisti puntano su Novi Sad come città guida della vocazione europea della Serbia. La città sarà nel 2022 capitale europea della cultura, un’occasione per mettere in mostra le industrie creative e la scena culturale del paese. Seduto sulla terrazza della fortezza di petrovaradin sul Danubio, Dusan Kovacevic ricorda l'”esplosione di energia” delle proteste studentesche in città che marcarono l’inizoo del cambio di regime. Oggi Kovacevic dirige il festival EXIT, uno dei più grandi d’Europa, capace di portare 150.000 persone in quella che è una specie di Glanstonbury lungo il Danubio. EXIT è il biglietto da visita di una città che ha evitato le violenze settarie che hanno attraversato la dissoluzione dell’Ex Jugoslavia.

Appena 50 miglia più a sud, a Belgrado, un altro tipo di sviluppo lungo il fiume Sava sta prendendo forma: 100 ettari di zone urbane abbandonate o derelitte si trasformeranno in appartamenti, centri commerciali e alberghi di lusso. Il progetto da 3,5 miliardi di dollari del Belgrade Waterfront è sostenuto dai finanziamenti emiratini. Nei circoli governativi serbi ci si riferisce a “Sua Altezza” non al pretendente al trono principe Aleksandar ma al principe di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed, che Vucic afferma di aver incontrato almeno 20 volte.Sulla terrazza di un palazzo non ancora terminato, il Sindaco di Belgrado Sinisa Mali scodella statistiche come un agente immobiliare di Manhattan. Mali, che ha lavorato in credit Suisse, è un uomo in ascesa nel partito di Vucic: “L’idea del progetto è di creare un simbolo del cambiamento in Serbia, si tratta di una svolta per noi”..

Per i critici di Vucic il progetto immobiliare è una facciata brillante che nasconde un’economia moribonda, condizionata da clientelismo, corruzione e finanza illegale. Vucic risponde ricordando che egli ha portato le casse dello Stato serbo a un surplus negli ultimi tre anni seguendo gli accordi con l’FMI e congelando pensioni e stipendi pubblici, con la disoccupazione dimezzata al 12,9%. Il governo spera in una crescita dell’economia del 4% nel 2018, dopo anni ad accumulare ritardi rispetto agli altri paesi dell’Europa orientale. Gli investitori cercano opportunità in settori come quello minerario. Con l’appoggio di entrambi i governi, la cinese Hebei Steel ha rilevato la più grande acciaieria del paese, salvando migliaia di posti di lavoro.

Vucic coltiva la sua immagine di uomo che fa fatti. Alcuni numeri gli danno ragione e generalmente i suoi oppositori sono deboli, divisi o accusati di corruzione. “E’ facile per la gente criticare e non fare nulla”, afferma Branko Zecevic, un imprenditore nel settore di metalli e miniere. Un elemento di successo è il boom dell’industria informatica a Belgrado, che cresce del 30% all’anno. Ma per molti è l’eccezione che conferma la regola: la crescita è frutto di giovani serbi altamente specializzati che lavorano con imprese estere e contratti esteri, evitando i condizionamenti delle clientele statali o governative. “E’ un impiego via Paypal”, lo definisce lo scrittore Goran Gocic.

Resta inquietante il numero dei giovani che emigrano: trentamila all’anno su una popolazioen di 7 milioni. I critici vedono tale esodo come un verdetto sulla Serbia odierna, dove oltre al consolidamento fiscale e le privatizzazioni poco si è fatto per combattere la corruzione. Il partito di governo conta circa 600.000 aderenti, quasi un decimo della popolazione, ampiamente maggioritario nella pubblica amministrazioen. Questo implica che l’adesione e il pagamento delle quote al partito sono prerequisiti per ottener eun impiego, una promozione o un contratto: “Se vuoi esistere devi entrare nel sistema clientelare, dice Danica Popovic, professoressa alla Facoltà di Economia a Belgrado, “Tutto rimane los tesso, cambia solo la superficie”.

Sasa Radulovic si dimise da Ministro dell’Economia quando il suo piano di riforme venne bloccato dalla precedente coalizione di governo. Già imprenditore, egli descrive la Serbia come “una partitocrazia dove il partito di governo cerca di mettere le mani su ogni istituzione, su ogni fonte di denaro sopra una certa soglia, ogni esito che possa mettere in discussione la sua presa”. Questo potere politico pervasivo significa che “la Serbia è economicamente defunta”, dice Radulovic che ha fondato il movimento “Basta”.  Il pessimismo definitivo di Radulovic riflette la frustrazione di un’opposizione che è stata costantemente schiacciata, tagliandone la visibilità televisiva e controllando i messaggi politici con tecniche raffinate.

In ogni caso Vucic riconosce che l’emigrazione è un problema serio e che l’economia resta vulnerabile agli umori degli investitori internazionali, specialmente se le tensioni regionali dovessero crescere. “Dobbiamo solamente arrivare a un accordo e guardare avanti, altrimenti tutto diventerà più difficile”, dice il Sindaco di Belgrado Sinisa Mali riferendosi al Kosovo.

La prospettiva europea, per quanto distante, rimane un fattore vitale. Per Vucic essa offre un fattore di civilizzazione non solo nel suo paese ma a tutti i Balcani occidentali, che sarebbero un mercato di 18 milionid i persone se si rimuovessero le barriere. Per Brussels, la prospettiva europea significa alzare standard di democrazia come la libertà dei media, il pluralismo e lo Stato di diritto, questioni trascurate nell’ultimo giro di adesioni, in particolare per quanto riguarda Bulgaria e Romania. Tanja Miscevic, docente universitaria e ora capo negoziatore con la Ue,  sottolinea che al suo paese verrà richiesto di arrivare a standar d più alti di queli di altri paesi che hanno già aderito: “Siamo arrivati per ultimi e sarà un processo lungo e duro. D’altra parte lo dobbiamo fare per noi stessi”.

Il patriarca della Serbia Irinej afferma :”siamo favorevoli all’adesione all’UE, ma non se il Kosovo è il prezzo” © Reuters

Il test più pressante è il Kosovo. L’Europa dei 28 non propone una sua soluzione perché 5 Paesi non riconoscono l’indipendenza del Kosovo per timori legati allle loro spinte indipendentistiche interne. I Ministri della Difesa e degli Esteri hanno già apertamente sostenuto l’idea di una partizione che faccia rientrare nei confini serbi il nord Kosovo dove vie la maggioranza della popolazione serba della provincia. Ma questa posizione non è accettata dai paesi occidentali che temono l’apertura di molte vertenze sui confini della regione. L’accordo più probabile potrebbe proporre autonomia e accordi di autogoverno condiviso come nel Nord Irlanda, ma anche questo sarebbe una scelta troppo dura da digerire per molti serbi e dovrebbe poi passare le strettoie di un referendum, dove Vucic potrebbe trovare una significativa opposizione da parte di diverse componenti sociali, non ultima la chiesa ortodossa serba. “Siamo per l’adesione all’Europa ma non a costo di perdere il Kosovo”, dice l’87enne patriarca Irinej. In ogni caso Vucic potrebbe vincere il referendum grazie alla sua presa sui media.

Lo scorso marzo un pope ortodosso è stato arrestato mentre si trovava in macchina con un docente di religione vestito da donna. Nell’auto la polizia ha ritrovato 27 chili di cannabis. Un’occasione troppo ghiotta per i tabloid, che è servita anche come messaggio alla chiesa ortodossa “se vi opponete vi screditeremo”. Vucic dice che lui non partecipa a un concorso di popolarità e che non intende essere “amato”. Egli propone se stesso come,se non l’ultima, di certo la migliore speranza per il Paese. “La Serbia produce più storia di quanto ne consumi. L’importante è mantenere la pace e la tranquillità”, ricorda citando Winston Churchill.”

(The Financial Times, 15.05.2018)

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