Le PMI italiane alla prova dei fondi Ue in Serbia

Attesi da anni da imprese, consulenti e organizzazioni no profit quasi come una nuova corsa all’oro, i vari fondi e programmi di finanziamento destinati alla Repubblica di Serbia che l’Unione europea l’Unione europea attiverà per accompagnare il processo di adesione del paese balcanico non possono essere considerate alla stregua di sovvenzioni o di aiuti finanziari internazionali.

Al contrario, per potervi accedere vi è bisogno di un’evoluzione, sia delle strategie di internazionalizzazione delle imprese italiane sia delle competenze richieste ai consulenti, che dovranno puntare ad acquisire nuove capacità, a presidiare progetti complessi e innovativi, a lavorare dentro una rete multidisciplinare per tematiche e interlocutori se vorranno riuscire ad accedere a risorse che sono comunque estremamente consistenti.

Il seminario “La Repubblica di Serbia verso l’integrazione europea: un’opportunità per le piccole e medie imprese italiane della filiera agroalimentare”, promosso dalla eastCOM e dalla rivista di geopolitica East il 2 dicembre a Milano, ha voluto, appunto, fare una prima analisi delle prospettive che le piccole e medie imprese italiane di un settore specifico, l’agroalimentare, possono avere se sapranno utilizzare nei loro piani di internazionalizzazione i fondi comunitari messi a disposizione del paese balcanico.

Lo scenario tratteggiato da Valentino De Bernardis, analista politico del gruppo Unicredit, ha evidenziato come la Serbia sia un paese sempre più stabile dal punto di vista geopolitico, con un governo come quello attuale forse mai tanto impegnato a perseguire il processo di integrazione con l’Unione, con un potenziale economico ancora in parte inespresso e tuttavia ancora alle prese con i lasciti di un modello sociale ed economico socialista che produce debito pubblico, condiziona il libero mercato e crea dubbi sulla capacità di coinvolgere nell’amministrazione pubblica le persone più attrezzate per poter assorbire i fondi e gestire i progetti al meglio.

L’ipotesi su cui ha sviluppato il suo ragionamento Biagio Carrano, titolare della eastCOM Consulting promotrice del seminario, è che la Serbia non può più, e a maggior ragione nel settore agroalimentare, essere vista come una meta di internazionalizzazione a basso costo e a basso valore aggiunto. Gli investimenti latifondistici che hanno iniziato a perseguire gli Emirati Arabi Uniti, assieme all’interesse di sauditi, cinesi, tedeschi e francesi per le piccole e medie imprese serbe di produzione e trasformazione agroalimentare, cui si aggiungono storicamente i russi nell’approvvigionamento di frutta, spingono le aziende italiane delle varie filiere di settore a strategie ad alto valore aggiunto, focalizzate a ottenere prodotti di qualità, biologici, certificati, innovativi, attraverso un’integrazione delle piccole e medie imprese serbe nella loro organizzazione a rete, processo che può avere successo solo se vengono trasferite ai partner serbi non solo tecnologie e soluzioni industriali, ma anche conoscenze dei mercati globali e capacità di fare marketing, modelli organizzativi e saperi sociali.

Ranka Miljenovic, del think tank belgradese Centar za Evropske Politike, ha presentato le caratteristiche e le condizioni in cui operano le piccole e medie imprese serbe, segnate spesso da una scarsa efficienza organizzativa e da ritardi tecnologici. Un dato su tutti: le piccole e medie imprese in Serbia occupano il 66,7% del totale della forza lavoro nel privato ma contribuiscono solo al 32% del Pil. Successivamente la Miljenovic ha presentato le opportunità di cofinanziamento dei progetti di collaborazione tra PMI italiane e serbe offerte da strumenti comunitari quali i fondi di preadesione IPA, i programmi COSME e Horizon2020, i fondi della Strategia Adriatico-Ionica. Le sfide sono molteplici, dal miglioramento della produttività attraverso nuove tecnologie al rispetto degli standard di qualità e sicurezza richiesti dall’Ue, e proprio per questo vi è il bisogno di stabilire reti di collaborazione con le realtà dimensionalmente simili, ma molto più evolute, come quelle italiane, al fine di trasferire competenze, acquistare macchinari all’avanguardia, sviluppare progetti di ricerca e sviluppo di nuove soluzioni.

IMG-20141206-WA0001L’intervento di Irene Monasterolo, dal titolo: ‘Sfide per la programmazione europea dello sviluppo agricolo e rurale in Croazia: risultati e lezioni per la Serbia’, ha presentato le caratteristiche del processo di allargamento dell’Unione Europea ai paesi dell’Europa Centro-Orientale e Balcanica iniziato nel 2004 e proceduto nel 2007 (Romania e Bulgaria) e 2013 (Croazia), analizzando le sfide che esso ha rappresentato per la Croazia in termini di programmazione della strategia nazionale (Accordo di Partnernariato), di misure di intervento (Programmi Operativi) e dei programmi settoriali (Programma Nazionale di Sviluppo Rurale), e focalizzandosi sui problemi di governance che hanno influenzato l’assorbimento dei fondi europei di preadesione (IPA, IPARD).

IMG_20141202_172201La professoressa Cristina Brasili, invece, nell’intervento dal titolo ‘Le ragioni dell’insuccesso delle regioni del Mezzogiorno d’Italia nell’uso dei fondi europei’ ha comparato la performance d’assorbimento dei fondi europei delle regioni d’Italia con il resto dell’Unione Europea, evidenziando i punti di debolezza nella gestione amministrativa e la mancanza di una visione delle priorità di sviluppo a livello nazionale e locale tra le ragioni dell’insufficiente assorbimento dei fondi europei nel Mezzogiorno d’Italia, laddove invece i fondi europei potrebbero rappresentare il volano per lo sviluppo, specialmente in periodo di crisi economica.

Infine il dottor Giorgio Morelli, della Direzione Generale Attività Produttive, Commercio, Turismo della regione Emilia-Romagna, ha presentato le caratteristiche dell’esperienza di successo della programmazione del Programma Operativo FESR (Fondo Europeo Sviluppo Regionale) della Regione nel periodo di programmazione dei fondi europei 2007-2013 che ha puntato su investimenti in Ricerca industriale e trasferimento tecnologico, Sviluppo innovativo delle imprese, Sviluppo sostenibile e Qualificazione dell’Ambiente.

Dunque una serie di interventi dal raggio ampio, come richiesto da un contesto competitivo che richiede una visione d’insieme molto articolata e un salto di qualità delle strategie di internazionalizzazione attuate dalle PMI italiane.

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